Saggi

L’Eden non esiste: il fallimento di Prometeo e l’antropologia negativa leopardiana

Beatrice Cristalli

Abstract


Nelle riflessioni degli anni 1823 e 1824, Giacomo Leopardi abbandona per sempre la giustificazione del male secondo quella critica della perfettibilità ‒ operata nella summa di cinquanta pagine dello Zibaldone ‒ che vedeva nel peccato di cognizione di Adamo l’origine della Caduta del genere umano e la conseguente fiducia nella «società stretta». Già nella prima operetta ci troviamo di fronte a una situazione molto diversa rispetto alla riscrittura filosofica della Genesi: l’infelicità, che ugualmente si specchia in un esilio archetipico, non viene più ricondotta a una volontaria corruzione dell’uomo, bensì a uno squilibrio fondamentale iscritto nella natura umana e nell’essere delle cose, che non trova più ragione né in un passato edenico né in una alterità possibile e incontaminata nel presente. In un tempo che ha escluso ogni redenzione ‒ per questo non si può parlare nemmeno di crisi ‒ , la Scommessa di Prometeo fallisce miseramente: l’individuo, in qualunque dimensione esso sia, non può fare altro che esercitare la sua morfologica arroganza, contemplata in un sistema di male necessario e indipendente che, alla fine, negherà la natura e la storia dell’uomo.

 

In the reflections of 1823 and 1824, Giacomo Leopardi permanently abandons the explanation of evil based on the critique of perfectibility – developed in the span of 50 pages in the Zibaldone ‒  which found in Adam's sin of cognition the origin of the fall of Humankind and the resulting trust in «narrow society». Even in the first operetta, we face a very different situation compared to the one encountered in the philosophical rewrite of Genesis: misery, which is also seen as being in an archetypal exile, is no longer attributed to the voluntary corruption of humankind. Instead, it is attributed to an innate imbalance and to the essence of things: it is ascribable neither to an Edenic past nor to a hypothetically pure alterity in the present. In a time when redemption of any sort is ruled out – precisely for this reason one cannot even talk about a crisis ‒ , the Prometheus Bet fails miserably: the individual, in whatever for he comes in, can't do anything but exercise his morphological arrogance, inserted in a system of necessary and independent evil which, in the end, will deny the nature and the history of humankind.

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DOI: https://doi.org/10.13130/2037-2426/8444

NBN: http://nbn.depositolegale.it/urn%3Anbn%3Ait%3Aunimi-20583

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