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(Napoli)
I ‘nuovi cittadini tedeschi’ e il dibattito sulla
singolarità dell’Olocausto
Su «Adas Raum» di Sharon Dodua Otoo
[The ‘new German citizens’ and the debate on
the singularity of the Holocaust
On «Adas Raum» by Sharon Dodua Otoo]
abstract. This paper aims to investigate the relevance of Sharon Dodua Otoo’s debut novel Adas Raum in the ongoing Historikerstreit 2.0. Relevant to this new historical dispute is the possible connection between colonialism and the memory of the Holocaust. As I will show, Adas Raum seems to respond artistically to critical suggestions proposed by Michael Rothberg who interprets the link between memory and identity in a complex way, which results in non-competitive participation in collective memory construction in multi-ethnic societies and redefines the relevance of such categories as victims and perpetrators.
Nel 2016 la scrittrice e attivista Sharon Dodua Otoo ha attirato su di sé l’attenzione del mondo letterario tedesco aggiudicandosi l’Ingeborg Bachmann Preis con il testo Herr Gröttrup setzt sich hin. Inglese, figlia di genitori di origini ghanesi, Otoo ha convinto la giuria del prestigioso premio con il divertente racconto di un’anziana coppia, la cui routine viene stravolta da un uovo parlante che si rifiuta di raggiungere la consistenza desiderata. Attraverso questo espediente straniante, l’autrice ha inteso denunciare la chiusura mentale di un uomo bianco, eterosessuale e cisgender che è completamente inconsapevole dei propri privilegi.
Nel febbraio 2021, a quasi cinque anni di distanza, Otoo ha pubblicato il suo primo romanzo, Adas Raum[1]. Deludendo le aspettative di chi credeva che avrebbe ritrovato in quest’opera l’anziano Helmut Gröttrup, ha scelto di non ampliare la storia presentata a Klagenfurt. A differenza di Her Grottrupp setzt sich hin, dove viene proposta una rappresentazione caricaturale di rappresentanti della cultura dominante, in Adas Raum la narrazione ruota attorno a figure che raramente sono al centro delle grandi narrazioni. Protagoniste sono infatti quattro donne vissute in epoche e paesi molto diversi tra di loro, accomunate dal nome Ada e dal motivo ricorrente di un bracciale di perle d’oro, simbolo di fecondità.
L’opera è molto coraggiosa e interessante sia dal punto di vista linguistico – per il lavoro di decostruzione del linguaggio dominante e la compresenza di lingue diverse – sia dal punto di vista stilistico, per il modo in cui si allontana dalla narrativa tradizionale e sperimenta nuove forme funzionali al messaggio politico che il romanzo sottende.
Adas Raum acquisisce ancor più rilievo se lo si inserisce nel contesto del dibattito sull’opportunità di paragonare la Shoah ad altre violenze sistematiche nei confronti di gruppi etnici come quelle compiute dalle potenze coloniali in varie epoche e in varie parti del mondo. Tale confronto si è acceso in Germania a seguito delle polemiche relative alla partecipazione, prevista e poi annullata, del filosofo Achille Mbembe alla cerimonia di apertura della Ruhrtriennale nel 2020 ed è stato alimentato dagli interventi di numerosi studiosi, compreso il filosofo Jürgen Habermas, che di un dibattito simile era stato protagonista negli anni Ottanta. Proprio in analogia con il confronto tra lo storico Nolte e il filosofo Habermas nel 1986, si è parlato di una Historikerstreit 2.0, che si distingue dalla prima non solo per i nuovi contenuti specifici, ma anche per il carattere internazionale e l’ampio uso dei canali digitali.
Dopo un breve excursus sui recenti sviluppi delle dispute storiche sulla Shoah nel sistema culturale tedesco, in questo saggio si proverà a mettere in evidenza il possibile contributo del romanzo Adas Raum all’attuale dibattito sull’Erinnerungskultur nel mondo globalizzato e lo si interpreterà come una riuscita espressione narrativa delle tesi sostenute da Rothberg nei suoi saggi sulla memoria multidirezionale e il soggetto implicato.
Historikerstreit 2.0
L’origine di quella che la stampa tedesca ha definito Historikerstreit 2.0 è riconducibile alle violente polemiche intorno alla scelta della direttrice della Ruhr Triennale, Stefanie Carp, di invitare lo storico e filosofo sudafricano Achilles Mbembe a tenere il discorso di apertura della manifestazione, che si sarebbe dovuta tenere nel 2020 e che è stata infine cancellata a causa della pandemia. A Mbembe, che ha incentrato le proprie ricerche sugli studi postcoloniali e viene considerato un’autorità nel campo, sono state contestate l’adesione al movimento BDS e una serie di dure critiche al governo israeliano, colpevole, a suo modo di vedere, di aver istaurato un regime di apartheid che priva la comunità palestinese della propria dignità e dei propri diritti umani essenziali. L’esclusione del filosofo dalla Ruhrriennale è arrivata a seguito delle rimostranze di Felix Klein, responsabile del governo tedesco per la lotta all’antisemitismo. Tale scelta ha scatenato accese polemiche sulla libertà di espressione e ha riacceso il dibattito sull’Erinnerungskultur in Germania, sulla singolarità della Shoah e sulla posizione di questo evento nella memoria collettiva tedesca.
Ad alimentarlo è arrivata a inizio 2021 la prima traduzione in tedesco del volume di Michael Rothberg, Multidirectional Memory, uscito dodici anni prima negli Stati Uniti. Il saggio dell’esperto di comparatistica e studioso della Shoah verte intorno alla necessità di rivedere le dinamiche alla base della costruzione della memoria collettiva. Partendo dal presupposto che il discorso sulla memoria è sempre anche – e soprattutto – un discorso sul presente, Rothberg mette in evidenza la necessità di ripensare il discorso dominante sull’unicità dell’Olocausto alla luce dei cambiamenti in atto nelle società postcoloniali. Partendo dal presupposto che il postulato dell’unicità dell’Olocausto porta con sé gerarchie del dolore inaccettabili - sia dal punto di vista morale sia da quello storico – egli sottolinea l’utilità del confronto tra memorie diverse e la necessità di dare al processo stesso di costruzione della memoria collettiva un carattere non antagonistico, bensì dialogico e discorsivo – come dialogica, discorsiva e negoziabile dovrebbe essere l’identità stessa delle comunità, che nella memoria trova un supporto essenziale. Scrive Rothberg:
Against the framework that understands collective memory as competitive memory – as zero-sum struggle over scarce resources – I suggest that we consider memory as multidirectional: as subject to ongoing negotiation, cross-referencing, and borrowing; as productive and not private. […] This interaction of different historical memories illustrates the productive, intercultural dynamic that I call multidirectional memory.[2]
Nel 2019 Rothberg ha portato avanti il discorso iniziato con Multidirectional Memory pubblicando un saggio in cui riprende il discorso sulla memoria da un punto di vista diverso, soffermandosi sulla tendenza a impostare i discorsi relativi alla violenza della storia in termini di conflitto tra vittime e carnefici. Come suggerisce il titolo del volume, Implicated Subjects, Rothberg sostiene invece la necessità di parlare di soggetti implicati, superando dunque una dinamica di confronto violento che finisce con l’inasprire i conflitti anziché appianarli.
È evidente anche da questo secondo studio che l’intento di ricerca di Rothberg vada in una direzione anche politica di ripensare il dibattito pubblico sul passato e la costruzione della memoria. Tuttavia, quando nel 2021 Multidirektionale Erinnerung è stato pubblicato in Germania, la risposta di gran parte della critica è stata negativa. Nonostante alcune recensioni che hanno messo in luce la rilevanza di questo volume, il tema più dibattuto è presto diventato la messa in discussione della singolarità della Shoah, interpretata come relativizzazione della stessa. È il caso, ad esempio, di Tania Martini, che in un articolo sulla «TAZ» ha accusato lo studioso americano di creare lui stesso una concorrenza tra sterminio degli ebrei e colonialismo e di non vedere che la differenza che ci sarebbe tra antisemitismo e razzismo, così come tra i crimini contro gli ebrei in quanto tali con l’Olocausto e i crimini perpetuati nelle campagne coloniali per il perseguimento di interessi economici[3].
Per chiarire la propria posizione, Rothberg è intervenuto direttamente nel dibattito con un articolo scritto insieme al collega tedesco Jürgen Zimmerer, autore del saggio Von Windhuk nach Auschwitz?, dove pure si prova a mettere in luce e analizzare il collegamento storico tra crimini del colonialismo e lo sterminio degli ebrei. L’articolo, pubblicato su «Die Zeit» con il titolo Enttabuisiert den Vergleich!, mette in evidenza l’approccio scientifico e non ideologico dietro allo studio sulla memoria multidireizonale. I due sottolineano l’importanza di un modus operandi volto a superare i limiti di un lavoro sulla memoria reso sterile da un eccesso di ritualizzazione. In questo senso, vantaggi dell’inclusione della memoria dei crimini del colonialismo nel dibattito pubblico non si limiterebbero solo a una maggiore giustizia rispetto al carattere multietnico e multiculturale delle società contemporanee. L’approccio comparatistico consentirebbe infatti una più profonda comprensione dei meccanismi di esclusione sociale che hanno portato all’Olocausto, andando oltre la mera condanna di questo crimine e ponendo le basi per una efficace lotta all’antisemitismo nella contemporaneità[4].
In un dibattito già molto acceso si è poi inserito l’articolo del politologo australiano Anthony Dirk Moses che, sulle pagine della rivista svizzera «Geschichte der Gegenwart»[5], ha parlato di «catechismo tedesco» relativamente alla memoria dell’Olocausto, definendo custodi del culto i detrattori del confronto tra la Shoah e gli altri genocidi. Per l’autore, tale catechismo si fonda su cinque idee fondamentali: la singolarità dell’Olocausto, motivata con la giustificazione meramente ideologica e non economica su cui si è fondato questo genocidio; l’importanza della memoria della Shoah come fondamento della cultura tedesca e ed europea contemporanea; la difesa degli ebrei e di Israele come ragione di stato per la Germania; l’antisemitismo come fenomeno tedesco non comparabile al razzismo; l’equiparazione di antisemitismo e antisionismo. L’autore si sofferma sulla problematicità di questo approccio al passato tanto per la comprensione del passato in sé, quanto per la convivenza proficua tra i vari gruppi di una società sempre più multietnica e multiculturale come quella tedesca. L’articolo, molto provocatorio nei toni e radicale nei contenuti, ha ulteriormente inasprito le polemiche, tanto da spingere l’anziano Jürgen Habermas, protagonista della prima Historikerstreit, a prendere posizione sul tema sulle pagine di «Philosophie Magazin». Nel breve scritto il filosofo parte innanzitutto col riconoscere che, a differenza dei protagonisti della prima disputa, gli studiosi che hanno dato vita alla Historikerstreit 2.0 non sono mossi dall’intento di relativizzare lo sterminio degli ebrei. Allo stesso tempo, ribadisce con forza la specificità dell’Olocausto, un genocidio perpetuato ai danni di un «nemico interno» per assurdi motivi ideologici e non contro un nemico esterno per ragioni economiche. Nondimeno riflette sulla necessità di non trasformare la singolarità di questo dramma in un limite per l’evoluzione della società. Egli sottolinea l’obbligo di quelli che definisce «nuovi cittadini» nei confronti delle comunità in cui si inseriscono, di cui devono conoscere e rispettare la storia e i valori, ma evidenzia anche l’opportunità di crescita per la società stessa se si dà spazio nel dibattito pubblico alle storie di concittadini che provengono da tradizioni diverse e hanno vissuto drammi diversi. Scrive Habermas:
Das Beharren auf diesem «singulären» Zug des Holocaust heißt natürlich nicht, dass sich das politische Selbstverständnis der Bürger einer Nation einfrieren lässt. Die Erinnerung an unsere bis vor kurzem verdrängten Kolonialgeschichte ist eine wichtige Erweiterung. Diese kann auch in andere Hinsicht hilfreich sein. Im Zuge der Immigration der letzten Jahrzehnte ist unsere Kultur nicht nur bereichert worden, unsere politische Kultur muss sich auch so erweitern, dass sich Angehörige anderer kultureller Lebensformen mit ihrem Erbe und gegebenenfalls auch ihrer Leidensgeschichte darin wiedererkennen können. Mit dem Erwerb der Staatsbürgerschaft akzeptieren die neuen Bürger die politische Kultur und das geschichtliche Erbe unseres Landes; davon ist die Ächtung des Antisemitismus ein unverzichtbarer Kern. Aber der Immigrant erwirbt gleichzeitig die Stimme eines Mitbürgers, die von nun an in der Öffentlichkeit zählt und unsere politische Kultur verändern und erweitern kann.[6]
Il dibattito non si è certamente concluso con l’interessante intervento dell’anziano filosofo ed ha semmai segnato la presa di coscienza della necessità di dare spazio nel dibattito pubblico tedesco alle voci di quelli che Habermas definisce «nuovi cittadini tedeschi».
Tra di essi si può annoverare anche la berlinese d’adozione Sharon Dodua Otoo e il titolo del suo primo romanzo in tedesco sembra chiaramente rimandare proprio alla rivendicazione di uno spazio pubblico per le storie e le memorie di questi ‘nuovi tedeschi’ che spesso sono ancora lasciati ai margini. Adas Raum, infatti, rimanda al celebre saggio di Virginia Woolf Una stanza tutta per sé, in cui Woolf afferma il diritto delle donne a essere messe nella condizione – anche materiale – di avere pari accesso alla cultura rispetto agli uomini. Rompendo il silenzio nel quale per secoli le donne sono state costrette, Woolf propone nel saggio un’articolata riflessione sulla società patriarcale e sul ruolo del linguaggio nell’imposizione di questo modello di società. Allo stesso modo, a quasi un secolo di distanza, Otoo propone in Adas Raum una riflessione sia su coloro che sono tenuti ai margini del dibattito pubblico, sia sul linguaggio usato per il racconto di storie che a lungo si è cercato di tenere ai margini della società.
«Embed your facts, your research, into a positive and meaningful narrative or context»[7], ha affermato Olja Alvir, giornalista e attivista spesso citata da Otoo. La scelta della scrittrice inglese di pubblicare testi narrativi nella lingua del suo paese di adozione si può interpretare in questa chiave: usare lo specifico potenziale della finzione letteraria per contribuire alla crescita all’ampliamento di prospettive nel pubblico tedesco su temi vasti e delicati come l’identità e la memoria nel mondo globalizzato. Proprio la forma narrativa, come si vedrà, le ha consentito non solo di ampliare la memoria storica della società tedesca, ma anche di mostrare come essa possa essere meglio rappresentata come prodotto e non come somma di singole memorie soggettive.
Adas Raum
Adas Raum è il primo romanzo di Sharon Dodua Otoo e il secondo testo narrativo scritto nella lingua del suo paese d’adozione dopo Herr Gröttrupp setzt sich hin, con il quale Adas Raum ha in comune anche la volontà di servirsi di strumenti estetici per introdurre nel dibattito pubblico tedesco temi a lei cari e raramente rilevanti nella letteratura tedesca.
Secondo quanto dichiarato da Otoo, la genesi di Herr Gröttrupp setzt sich hin sarebbe stata antecedente alla competizione letteraria e legata alla richiesta di scrivere un contributo – poi mai pubblicato – per un volume in tedesco sulla critical whiteness. L’autrice aveva optato per un testo narrativo anziché argomentativo nella convinzione che gli strumenti della finzione letteraria potessero essere più efficaci di un testo critico-saggistico nel portare i lettori a prendere coscienza di presunte norme accettate acriticamente e di inconsapevoli privilegi legati alla bianchezza. In questo brillante racconto, l’autrice riesce a rendere chiaramente percepibile l’infondatezza ed illegittimità di numerose convenzioni e convinzioni su cui si fondano le società occidentali. L’irritazione che assale Herr Gröttrupp davanti alla rottura della propria routine diventa l’irritazione del lettore davanti al carattere grottesco della sua sicumera e dei suoi privilegi. La scelta di affidare la narrazione a un uovo impertinente da un lato determina quell’effetto di straniamento che l’autrice ha affermato di ammirare nella scrittura di Bertolt Brecht; dall’altro diventa un simbolo della necessità di dare ascolto a chi normalmente non si ritiene abbia dignità di parola.
Questo espediente narrativo viene ripreso da Otoo in Adas Raum. Nel romanzo, infatti, la narrazione di ciascuna delle quattro storie viene affidata a un oggetto diverso che può essere interpretato come correlativo oggettivo del problema principale intorno al quale ruota lo specifico segmento narrativo. La vicenda della prima Ada è ambientata nel 1459 a Totope, nell’Africa orientale, e viene narrata da una scopa, che simbolicamente rimuove la polvere sotto la quale è stata a lungo nascosta la violenza coloniale tedesca. Ada è giunta nel villaggio costiero, di cui non parla la lingua, dopo che la madre è stata uccisa e il fratello venduto come schiavo. Il romanzo si apre con la scena della morte del suo neonato figlio, che la giovane si prepara a seppellire con un bracciale di perle, simbolo di fertilità nella cultura locale. Proprio del prezioso cerca di entrare in possesso uno schiavista portoghese, Guilherme, che per raggiungere il suo scopo, non esita ad uccidere la giovane donna.
La storia della seconda Ada è ambientata quasi quattro secoli dopo, nel 1848, e viene narrata da un battiporta, simbolo della necessità per le donne di chiedere il permesso di avere accesso a quello che agli uomini è concesso. Per questo segmento narrativo, Otoo si rifà a un personaggio realmente esistito, l’inglese Ada Lovelace, figlia illegittima dello scrittore Lord Byron e passata alla storia come una pioniera dell’informatica per i suoi studi sulla macchina analitica. Nella finzione, Ada è figlia di una donna che nell’Inghilterra vittoriana sceglie di allontanarsi da un marito violento e di crescere da sola la propria figlia. Da adulta, Ada intrattiene una relazione extraconiugale con lo scrittore Charles Dickens, che nonostante il suo spirito progressista non riesce a prendere sul serio il talento matematico della donna. Anche questa seconda Ada muore di morte violenta, uccisa dal marito Lord William King, non tanto per gelosia, ma perché Ada non ha più il bracciale di perle che le è stato donato per il matrimonio.
A narrare della terza Ada è la stanza che dà il titolo al romanzo, una stanza della Sonderbaracke 37 del campo di concentramento Mittelbau-Dora nella quale la prigioniera Ada è costretta a prostituirsi. La stanza, che è testimone delle violenze e le denuncia, diventa simbolo della necessità di far parlare i luoghi della storia. Anche in questo caso, l’uccisione da parte di una SS è legata al bracciale di perle, che fortuitamente giunge ad Ada attraverso Linde, un’altra internata costretta alla prostituzione, l’unica figura che tiene acceso in lei il senso dell’umano in un luogo di aberrazione totale.
L’ultima Ada, infine, è una giovane donna ghanese la cui vicenda viene narrata da un passaporto, simbolo dell’identità che è sia individuale sia negoziata con le istituzioni. Cresciuta in Ghana dalle zie dopo la morte della madre in un incendio a sfondo razzista a Londra, con il padre distante e una sorellastra tedesca, la giovane si trasferisce a Berlino per studiare informatica. Ada resta incinta a seguito di un rapporto non consenziente e viene supportata solo dalla sorellastra Elle, il cui carattere è reso spigoloso dai continui episodi di discriminazione razziale di cui è vittima. Ada combatte per se stessa e per il proprio bambino non ancora nato, cerca una casa, uno spazio per sé e proprio figlio, in cui poter costruire il proprio futuro. Proprio cercando casa si imbatte nell’anziano Herr Wilhelm, che ha ereditato dal padre Kapo il bracciale di perle, che Ada riconosce come manufatto tipico della tradizione culturale ghanese. Quest’ultima Ada è l’unica a non essere uccisa: la sua vicenda, per quanto sia anch’essa attraversata da violenza, morte e dolore, lascia intravedere la possibilità di un cambiamento futuro, dell’interruzione della spirale di violenza rappresentata dalle vicende delle tre Ada che hanno preceduto quella dell’Ada contemporanea.
La narrazione è condensata in una serie di elementi rappresentativi di problematiche rilevanti (in particolare la violenza e le discriminazioni – di genere e razziali – e le difficoltà di comunicazione) e viene costruita con una complessità che ne suggerisce l’interconnessione e la ricorsività. L’opera è divisa in tre parti seguite da un breve epilogo. Le parti vengono definite «Schleifen», termine che rimanda all’idea di non linearità della narrazione e all’intrecciarsi di nodi tra le parti. Un’immagine, questa, che riassume la concezione che della Storia ha Sharon Dodua Otoo. La prima parte (Die ersten Schleifen) e l’ultima (Die nächsten Schleifen) sono divise a loro volta in quattro sezioni che riportano specularmente gli stessi titoli. Nella prima sezione, ogni sottosezione è divisa a sua volta in tre parti, ciascuna dedicata a una diversa Ada. Nella prima sottosezione (Ada) si presenta la scena in cui si svolge la storia da una prospettiva interna alla protagonista; nella seconda (Unter den Zahnlosen) si va avanti nel racconto, ma i diversi oggetti-narranti presentano se stessi e il proprio rapporto con Ada; nella terza (Unter den Betrogenen) l’attenzione si volge ai coprotagonisti della storia; nell’ultima (Unter den Glücklisten) viene raccontata la morte di tutte le tre protagoniste. Gli stessi titoli, ma con ordine inverso, vengono ripetuti nell’ultima sezione, ambientata nella contemporaneità, la cui storia viene presentata come strettamente legata a quelle precedenti – quasi una loro diretta conseguenza. Non solo: le storie delle tre Ada precedenti ritornano continuamente e si mescolano alla linea di racconto principale sull’Ada contemporanea, quasi a voler sottolineare lo stretto legame esistente tra le varie donne e la ricorsività della storia.
Questa struttura basata su alternanza e ripetizione dei diversi segmenti narrativi può ricordare quella della musica polifonica contrappuntistica e con essa un testo canonico della letteratura tedesca, quella Todesfuge di Paul Celan che racconta tanto del dramma della Shoah, quanto del problematico rapporto tra la cultura tedesca e quella ebraica, che per secoli si sono nutrite l’una dell’altra e improvvisamente si sono scoperte distanti. La questione della distanza e vicinanza culturale emerge in maniera diversa ma altrettanto rilevante anche in Adas Raum. A un livello superficiale, infatti, le storie delle quattro protagoniste sono lontane l’una dall’altra sia dal punto di vista geografico sia dal punto di vista temporale, ma l’autrice rende palpabile un’intima connessione tra di esse, determinata innanzitutto dal ricorrere di una violenza che si percepisce essere non cieca e contingente, bensì sistemica e culturalmente determinata. Non solo: attraverso la scelta di affidare la narrazione a quattro voci diverse, che a loro volta si moltiplicano assumendo la prospettiva interna sia delle varie Ada sia di una serie di personaggi minori, ogni storia risulta presente e immediata e si rafforza l’idea che anche quando narra di epoche lontane, in realtà l’autrice stia parlando del presente e delle radici dei problemi della contemporaneità.
Numerosi sono del resto gli elementi che rinviano a una temporalità non lineare e progressiva, bensì basata sulla circolarità e la ripetizione infinita. Ad essa rimanda il nome palindromo Ada così come il simbolo dell’infinito che apre la parte centrale del romanzo, intitolata significativamente Zwischen den Schleifen, in cui l’entità narrativa dialoga con dio in attesa di assumere le sembianze dell’ultimo oggetto parlante, il passaporto che racconta la vicenda dell’Ada contemporanea. Questo capitolo centrale, non diviso in sottosezioni, contiene tra l’altro una riflessione in cui sostanzialmente si esplicita l’idea di tempo sottesa all’intero romanzo:
Die Zeit war jedenfalls gekommen, um Ada daran zu erinnern, dass alle Wesen – vergangene, gegenwärtige und zukünftige – in Verbindung miteinander sind, dass wir es immer waren und immer sein werden. Die Botschaft kann erdrückend sein, wenn mensch meint, sie zum ersten Mal zu hören. Wir wollten Ada damit nicht überrumpeln. Wir wissen ja, dass sie am Ende ihres Lebens zunächst immer eine Runde Abstand braucht. Also machten Gott und ich uns auf die Suche nach ihr – aber erst nachdem sie sich gänzlich im Weißen aufgelöst hatte.[8]
Dio, che all’inizio della sezione compare sotto forma di brezza (tradizionalmente un simbolo della creazione artistico-letteraria) viene messo sullo stesso piano della voce/oggetto narrante: entrambi sono accomunati da un potere creativo sulla storia di Ada, che qui si palesa come una e molteplice: un foglio bianco su cui viene scritto e che poi ciclicamente torna ad essere bianco. E se l’immagine del bianco e della brezza divina possono sembrare troppo retoriche ed elevate, Otoo abbassa prontamente il tono del discorso, assumendone uno giocoso e un po’ irriverente, che dà prova della volontà dell’autrice di non essere didascalica, cercando piuttosto di spingere il lettore a confrontarsi con una moltitudine di temi e problematiche alternando immedesimazione e straniamento. Nelle stesse pagine, infatti, il processo di creazione viene esemplificato attraverso un processo molto di basso livello come quello di produzione di würstel:
Doch, ihr hat es richtig verstanden. Dabei geht es nicht um das Fleisch an sich, sondern um die Form. Genau genommen, um die Aufteilung einer Masse, die in ihrem Ursprung aus fröhlich munteren Tieren besteht und am Ende – nach entsprechender Bearbeitung – als einzelne, fein säuberlich getrennte, dicklich Würstschen erscheint. […] Das Brät in den Würstchen wird willkürlich aufgeteilt: ein Schnitt in einem ansonsten fließenden Übergang. So in etwa verhält es sich mit der Kategorisierung von Menschen. Absurd? Vielleicht Aber um lebenden annähend verständlich erklären zu können, wie eine Verteilung funktioniert, hat Gott euch seit Tausenden von Jahren beobachtet. Es gibt keine bessere Analogie als mit der Wurst. Dort, wo die bereits Verstorbenen und die noch nicht Geborenen verweilen, sind wir alle so was wie ein Brät. Wie eine Fleischmasse – eine, die aus einzelnen Teilen besteht, unter anderen aus quirligen Persönlichkeiten, skurrilen Vorlieben und widersprüchlichen Gewohnheiten. Wenn es an der Zeit ist, uns zu Lebenden zu machen, werden wir gemeinsam durch eine Maschine, so etwas wie einen Fleischwolf, durchgepresst. Ihr müsst jetzt versuchen, den Schmerz, die Enge und das Blut wegzudenken, darum geht es gerade nicht. Behaltet einfach im Kopf: erst zusammen, dann getrennt.[9]
Il processo di divisione descritto in questo passaggio è interessante per comprendere l’intero romanzo. In diverse interviste l’autrice ha condiviso un’osservazione sul doppio significato del verbo teilen che, da madrelingua inglese, le è saltata agli occhi e apparsa particolarmente significativa[10]. Il verbo in questione tiene insieme l’idea di condividere e quella di dividere: due concetti diametralmente opposti che tuttavia risultano strettamente legati l’uno all’altro. Nel romanzo, le diverse Ada sono divise perché hanno storie diverse, eppure sono legate, condividono qualcosa di più profondo che ha a che fare con l’umano, che trova nella letteratura uno strumento di espressione privilegiato. Esse non sono e non possono essere in competizione tra di loro: le storie dell’una non negano quelle delle altre, non le mettono in ombra, semmai convivono in maniera produttiva. Hanno la stessa dignità e lo stesso diritto ad avere uno spazio tutto proprio. In questa chiave si può interpretare la suggestione che emerge in Zwischen den Schleifen sulla possibilità che le diverse Ada siano in realtà una sola, così come pure la scelta di evocare con il titolo la necessità di creare le condizioni affinché voci diverse abbiano pari opportunità di espressione in uno spazio culturale ampio ed eterogeneo.
In questo specifico modo di costruire il racconto – e con esso la memoria di eventi apparentemente privati che in realtà hanno carattere storico – si può scorgere il tentativo di dare forma plastica attraverso la narrazione a quello che lo studioso Michael Rothberg ha proposto sul piano teorico con il concetto di memoria multidirezionale, in cui è centrale la ridefinizione dello spazio pubblico come luogo di dialogo aperto e inclusivo. Scrive Rothberg:
Fundamental to the conception of competitive memory is a notion of the public sphere as a pregiven, limited space in which already-established groups engage in a life-and-death struggle. In contrast, pursuing memory’s multidirectionality encourages us to think of the public sphere as a malleable discursive space in which groups do not simply articulate established positions but actually come into being through their dialogical interactions with others; both the subjects and spaces of the public are open to continual reconstruction.[11]
Il concetto di memoria multidirezionale proposto da Rothberg, dunque, si basa innanzitutto su una riflessione sul carattere dialogico della memoria, che non può che fondarsi sulla condivisione ed esposizione delle memorie soggettive, che andrebbero però accolte nella sfera pubblica come strumento di continua riflessione su un’identità che non è stabile e selettiva, ma appunto discorsiva, interattiva, mutevole, sempre in costruzione. Lo spazio pubblico diventa in questo senso un luogo realmente di dialogo e non un luogo di esclusione a partire da preconcetti. È questo un approccio che si lega strettamente alle critiche alla cosiddetta cultura occidentale che sempre più si moltiplicano nel contesto della globalizzazione, che richiede un superamento del colonialismo non solo a livello politico, ma anche e soprattutto culturale. Come ha scritto Ralf Michaels in un articolo sul caso Mbembe, a rendersi necessario è soprattutto un cambiamento di prospettiva:
Die tiefe Ironie dahinter ist, dass mit dieser Universalisierung und Monopolisierung einer ursprünglich europäischen Perspektive ein Zentralthema der dekolonialen Kritik am westlichen Universalismus benannt ist. Bei der Dekolonialität geht es nicht um die politische Überwindung der Kolonialisierung durch Unabhängigkeit, sondern um die epistemische Überwindung von Kolonialität als einem Herrschaftsdenken, das auch ohne politische Kolonialisierung entstehen und fortbestehen kann.[12]
L’imput che giunge dalla pressante richiesta di un più radicale superamento del colonialismo resta comunque solo un aspetto specifico di una questione più vasta. Nelle argomentazioni di Rothberg, infatti, la necessità di ripensare l’Erinnerungskultur e il labile collegamento diretto, unidirezionale ed esclusivo tra memoria e identità è una questione di carattere generale. Scrive Rothberg,
Memories are not owned by groups – nor groups are «owned» by memories. Rather, the borders of memory and identity are jagged; what looks at first like my own property often turns out to be a borrowing or adaptation from a history that initially might seem foreign or distant. Memory’s anachronistic quality – its bringing together of now and then, here and there – is actually the source of its powerful creativity, its ability to build new worlds out of the materials of older ones.[13]
Come illustrato in uno studio successivo, ripensare la memoria e l’identità per Rothberg vuol dire anche ripensare alle responsabilità dei singoli e della collettività. Nel volume The Implicated Subject, il comparatista sostiene che spostando l’attenzione dal binomio vittima-carnefice si possa non solo evitare di perpetuare e riaccendere i conflitti, ma anche comprendere meglio le dinamiche che consentono a determinati gruppi portatori di privilegi di continuare ad usare violenza – in forme molto diverse – a chi invece continua a non uscire dalla gabbia sociale che lo condanna nel ruolo di vittima. Scrive Rothberg:
Implicated subjects occupy positions aligned with power and privilege without being themselves direct agents of harm; they contribute to, inhabit, inherit or benefit from regimes of domination, but do not originate or control such regimes. An implicated subject is neither a victim nor a perpetrator, but rather a participant in histories and social formations that generate positions of victims and perpetrator, and yet in which most people do not occupy such clear-cut roles. Less «actively» involved than perpetrators, implicated subjects do not fit the mold of the «passive» bystander either. Although indirect or belated, their actions and inactions help produce and reproduce the position of victims and perpetrators. In other words, implicated subjects help propagate the legacies of historical violence and prop up the structure of inequality that mar the present.[14]
In quest’ottica, la responsabilità politica diventa diffusa e investe non solo i grandi protagonisti della storia, ma i singoli individui. Questo è un tema molto rilevante nella produzione di Otoo che, di fatto, già in Herr Gröttrup setzt sich hin aveva presentato l’anziano protagonista come un soggetto implicato, beneficiario più o meno inconsapevole di una serie di privilegi derivatigli dal fatto di possedere caratteristiche considerate distintive/normative nella società in cui vive. A livello simbolico della finzione narrativa, la stessa stanza di Ada rappresenta una sorta di soggetto implicato che ha assistito a delle violenze senza prendervi parte in maniera diretta, creando però il contesto in cui è stato possibile perpetuare quelle violenze:
Nie wieder möchte ich ein KZ-Zimmer sein. Ich weiß, die Worte «nie wieder» gehen vielen Lebenden leicht über die Lippen. Ich meine es aber bitterernst. Ich habe gesehen wie – […] Und da ich auch nichts verhindert habe, fühlte mich an mich mit bezichtigt. Ich beschwerte mich darüber, selbstverständlich. Ihr wisst ja, wie es zwischen Gott und mir ist. Mit Gerechtigkeit, sagte ich, hat das nichts zu tun. Ich bin komplett unschuldig, ich habe nicht einmal meine damalige Form ausgewählt – wer macht denn so was? Gott grinste, es sah wie ein Lichtblitz aus, und ich wurde von einem Rausch erfüllt, für den ich noch keinen Namen hatte.[15]
Quello della stanza che si trasforma da testimone passivo ad attivo narratore che denuncia le violenze è solo uno dei possibili modi di leggere un riferimento al discorso sul soggetto implicato nel romanzo di Otoo. Le tante microstorie narrate affrontano una grande varietà di tematiche che vanno dal patriarcato al consenso nei rapporti sessuali, dal colonialismo alla Shoah, dalla ricerca di identità alla negazione del concetto di identità così come viene comunemente concepito, passando per una lunga serie di grandi e piccole discriminazioni. A tenere insieme queste storie così diverse è il continuo ritorno della violenza che, in forme differenti, rappresenta una costante, così come una costante sono i traumi da essa generati. Tuttavia, anche nel rappresentare la violenza l’autrice prova ad allontanarsi dagli schemi tradizionali di vittima e carnefice, normalmente ingredienti essenziali di questo tipo di narrazioni, che, tuttavia, rischiano di distogliere l’attenzione dalla comprensione delle cause della violenza stessa – presupposto imprescindibile per il suo superamento – e portare all’inasprirsi dei conflitti. Nel romanzo, la linea di confine tra i due poli diventa molto sottile o scompare del tutto. Così, ad esempio, l’Ada del 1848 è sì vittima della posizione subalterna che il patriarcato impone alle donne, ma non ha scrupoli a sfruttare la propria posizione di dominio sulle classi socialmente subalterne quando ferisce in maniera del tutto gratuita la sua cameriera. Allo stesso modo, la descrizione della violenza perpetuata nel campo di concentramento Mittelbau-Dora pone il lettore davanti all’evidenza che gli stessi prigionieri, vittime del nazismo in quanto privati della libertà e della dignità, non avevano scrupoli a usare a loro volta violenza alle prigioniere del campo costrette a prostituirsi.
Da attivista che concepisce il proprio lavoro di scrittrice come contributo alla lotta alla discriminazione, Sharon Dodua Otoo non si mostra interessata al problema della colpa, bensì a quello della responsabilità: è l’assunzione di responsabilità, infatti, che consente di muovere un primo passo nella direzione del cambiamento (senza negare la difficoltà del percorso). Interessante per comprendere questo approccio è un passo dal dialogo tra l’Ada del 2019 e l’uomo dal quale aspetta un bambino e che le ha usato violenza:
«Wie kann ich es richtig machen, Ada?»
Ich hatte doch gesagt, er solle gar nichts sagen.
«Es ist nicht wiedergutzumachen».
«Klar, aber ich meine – wie soll ich mich jetzt verhalten, damit…»
[….]
«Es wird kein Happy End geben», sagte ich schließich.
«Du hast mir weh getan. Ich muss es ausbaden. Mit deinem Nettsein kommst du hier nicht weiter».
Ich atmete langsam wieder aus, während er nickte. Vielleicht, vielleicht hat es er endlich begriffen. Ich konnte seine Augen nicht sehen. Zumindest erweckte er keinen Anschein, als wolle er gehen.
«Wenn du also doch bleiben willst», fügte ich nach einigen Momenten hinzu, «zieh dich warm an!»[16]
Il riferimento all’«happy end» non è una ripresa casuale di un modo di dire preso in prestito dal mondo della narrazione (letteraria o cinematografica) bensì una precisa dichiarazione di intenti: scopo della letteratura non è per Otoo riappianare conflitti, ma denunciare ingiustizie e mostrare la complessità dei meccanismi che le generano. Quella dell’autrice è una pratica di cittadinanza attiva attraverso un lavoro sulla forma. Ancor più rilevante è lo scambio che Ada ha con Herr Wilhelm sulla restituzione del braccialetto che l’uomo ha prestato a un museo, che lo espone come manufatto tradizionale africano:
«Herr Wilhelm», antwortete ich. Meine Stimme war wieder sanft, Gott sei Dank. «Wie wollen Sie mir etwas schenken, was Ihnen gar nicht gehört?»
So ein flammendes Gesicht hatte ich noch nicht gesehen, und die Verwandlung von kreidebleich zu feuerrot ging so schnell, dass ich unwillkürlich auf die Notrufleine geschaut hatte.
«Ohne mich
bekommst du das Armband doch gar nicht!»
[…]
«Wir finden einen Weg…»[17]
La problematica della restituzione degli artefatti alle nazioni della cui cultura sono espressione è molto discussa in Germania, soprattutto dalla ricostruzione dello Stadtschloss a Berlino, dunque non sorprende che essa abbia trovato spazio nel romanzo. Otoo va di fatto al nocciolo della questione, rimarcando che le opere oggetto di contenzioso semplicemente non appartengono culturalmente a chi materialmente le possiede. Non si sofferma sulle colpe che si possono attribuire a chi ha depredato oltre che colonizzato culture diverse, ma sul dato più autoevidente con il quale sarebbe necessario fare i conti.
L’analisi del romanzo dovrebbe aver reso chiaro che la sua complessità, le sue molteplici stratificazioni di significati e rimandi non sono fini a se stesse. Come Otoo ha sottolineato in alcune interviste[18], la vittoria dell’Ingeborg Bachmann Preis le ha dato la tranquillità di potersi temporaneamente sottrarre alle logiche di mercato per proporre un’opera in cui l’intento etico e politico che motiva la sua scrittura potesse esprimersi innanzitutto attraverso la ricerca formale. Con il suo talento, la sua inventiva, il suo intelligente umorismo, Otoo è riuscita a conquistarsi uno spazio nel panorama letterario tedesco e nel discorso politico di questa nazione, ampliandolo con nuove storie e nuove prospettive.
I ‘nuovi cittadini tedeschi’ e il dibattito sulla singolarità dell’Olocausto
Nel 2020, pochi mesi prima dell’uscita di Adas Raum, Sharon Dodua Otoo ha tenuto il discorso che tradizionalmente apre la competizione per il Bachmann Preis, successivamente pubblicato con il titolo di Dürfen Schwarze Blumen Malen? dalla Edition Meerauge. Nel discorso, citando Chinua Achebe, Otoo ha ricordato che gli scrittori non sono solo scrittori ma anche cittadini, aggiungendo poi un richiamo al fatto che ciò che si scrive acquista valore sociale solo attraverso la ricezione. Un autore, ha affermato, ha bisogno di «Verbündete»[19] che trasformino in dialogo quelli che altrimenti resterebbero dei monologhi, senza la possibilità di trasformare le intenzioni in programma politico. Otoo ha rimarcato dunque il carattere politico della sua scrittura, ma anche la sua consapevolezza dei rischi legati all’appartenenza a una comunità marginalizzata. Non sorprende, in questo senso, che l’autrice abbia fatto in questo discorso anche un breve accenno anche alla polemica relativa al caso Mbembe, che proprio in quel periodo imperversava sulla stampa tedesca. Senza entrare troppo nel merito, ha comunque espresso perplessità davanti alla tendenza a presentare la memoria dell’Olocausto e quella delle violenze coloniali come antagoniste, facendo riferimento alla poco pubblicizzata collaborazione tra comunità afrodiscendenti e comunità ebraica contro le discriminazioni iniziate già dalla defunta poetessa May Ayim. Ha inoltre rivendicato il contributo dato dalle comunità di colore alla letteratura tedesca:
Denn durch die Rezeption einer ganzen Palette an Arbeiten werden Positionen und Problematiken deutlicher, komplizierter, herausfordernder. Wir Schwarzen Menschen können uns in unserer Diversität begreifen und die Bürde der Repräsentation wird leichter. Außerdem wird die deutschsprachige Literaturlandschaft daran wachsen, davon lernen, und wenn sie sich traut, wird die ihren Horizont erweitern. So oder so schreiben wir Menschen der afrikanischen Diaspora weiter – denn es gibt unendlich viel zu erzählen.[20]
Come sottolineato da Otoo, quelli che Jürgen Habermas in maniera per certi versi discriminatoria definisce ‘neue Bürger’ sono di fatto una ricchezza per il sistema culturale: la posizione marginalizzata fornisce infatti a questi nuovi cittadini la possibilità di guardare da una prospettiva diversa alla storia e alla cultura tedesca. A ribadirlo sono in realtà anche intellettuali come lo storico e scrittore tedesco Per Leo, che ha evidenziato come la seppur timida apertura del dibattito a voci non ricollegabili all’egemonia culturale stia consentendo alla società tedesca di uscire dallo stato di torpore in cui a lungo ha versato[21]. La cosiddetta Historikerstreit 2.0 sta portando alla presa di consapevolezza di quella che Leo definisce «negative Fixirung auf den Nationalsozialismus», determinata sostanzialmente dalla necessità di riacquisire legittimazione politica e culturale nel secondo dopoguerra, che col tempo si è tuttavia trasformata in un’arma a doppio taglio, usata impropriamente anche dai nuovi partiti populisti e di estrema destra. «In Deutschland hat die Berufung auf «unsere historische Verantwortung» oft nur den Zweck, sich von der Verantwortung für die Gegenwart zu entlasten»[22], ha affermato Leo in un dialogo con Dirk Moses.
Molto diffusa è in particolare la paura del riemergere dell’antisemitismo. La stessa Otoo si è trovata a difendersi da un’accusa di antisemitismo per aver firmato nel 2015 un appello di Artists for Palestine UK. La diffusione della notizia aveva portato al congelamento del conferimento ad Otoo del Peter Weiss Preis, che l’autrice ha poi scelto di rifiutare per evitare di gettare ombre sul premio stesso. La scrittrice ha poi anche ribadito la propria distanza dal movimento BDS, dichiarato antisemita in Germania, e la propria vicinanza alle vittime degli attacchi del 7 ottobre 2023 in Israele. L’episodio, pur non avendo avuto particolare diffusione nei media, racconta certamente della difficoltà di affrontare con serenità critica temi sensibili e della continua richiesta di adesione esplicita alla lotta all’antisemitismo che viene fatta ai ‘nuovi tedeschi’.
Sembra dunque evidente che a dover esser garantito non è solo l’accesso di nuove voci allo spazio pubblico, ma anche una loro più attenta ricezione, un’adeguata collocazione nel dibattito pubblico. Non c’è solo un problema di visibilità tout court, ma anche di come si viene visti se lo sguardo resta fisso sul passato e non tiene conto sufficientemente del presente.
Su questo aspetto si è espressa la stessa Otoo in un editoriale per il volume dal titolo Geschichte schreiben curato da lei e Manuela Bauche per la rivista «Neue Rundschau». Per la scrittrice, infatti, la marginalizzazione non si manifesta solo con la riduzione dello spazio per le voci non dominanti, ma anche con la loro esotizzazione, presentandole come corpi estranei ai quali viene concessa eccezionalmente la parola. «Anstatt als Anlass genommen zu werden, um das, was als «deutsch» gilt zu erweitern oder gänzlich neu zu denken, werden diese Werke als reizvolle, doch eher exotische Ergänzung des Altbekannten gehandelt»[23], hanno scritto Otoo e Bauche nell’editoriale. La stessa recensione di Adas Raum ad opera di Shirin Sojitrawalla ne è un esempio: la critica, infatti, ha interpretato come «literarischer Animismus»[24] il fatto che a narrare le storie siano degli oggetti: una lettura che appunto esotizza il testo, senza realmente interrogarsi sul significato della scelta di dare a voci tanto inconsuete la parola.
Riprendendo quanto affermato nel discorso tenuto a Klagenfurt, non si può non rimarcare la necessità di Verbündete per liberare effettivamente il potenziale dell’intenzione politica alla base di un romanzo come Adas Raum. Allo stesso tempo, va anche sottolineato che proprio la complessità di quest’opera, le sue stratificazioni di significati contribuiscono in maniera significativa a un cambiamento più profondo della letteratura e della cultura tedesca, non solo all’ampliamento del suo repertorio.
Bibliografia primaria
Otoo, S. D., Dürfen Schwarze Blumen Malen? Klagenfurter Rede zur Literatur, Verlag Johannes Heyn, Klagenfurt 2020.
– Adas Raum, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 2021.
– Herr Gröttrup setzt sich hin, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 2022.
– Una stanza per Ada, Enne Enne Editore, Milano 2022.
Bibliografia secondaria
Bauche M. – Otoo S. D. (a cura di), Geschichte Schreiben, «Neue Rundschau», 2/18.
Dirk Moses, A., The Problems of Genocide. Permanent Security and Language Transgression, Cambridge University Press, Cambridge 2021.
Habermas, J., Der neue Historikerstreit, in «Philosophie Magazin», 6/21, pp. 10-11.
Leo, P., Unser Land erwacht aus einem historischen Schlummer. Gespräch mit Svenja Flaßöhler, in «Philosophie Magazin», 6/21, pp. 12-13.
Neiman S. – Wildt M. (a cura di), Historiker streiten, Propyläen, Berlin 2022.
Rother, M. Multidirectional Memory: Remembering Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford University Press, Redwood, 2009; trad. tedesco Multidiretionale Erinnerung, Holocaustgedenken im Zeitalter der Dekolonisierung, Metropol Verlag, Berlin 2021.
– The Implicated Subject. Beyond Victims and Perpetrators, Stanford University Press, Stanford 2019.
Sznaider N., Fluchtpunkte der Erinnerung. Über die Gegenwart von Holocaust und Kolonialismus, Hanser Verlag, München 22.
Zimmermann J., Von Windhuk nach Auschwitz? Beiträge zum Verhältnis von Kolonialismus und Holocaust, LIT Verlag, Mūnster 2011.
Sitografia
https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/
https://www.zeit.de/2021/14/erinnerungskultur-gedenken-pluralisieren-holocaust-vergleich-globalisierung-geschichte?utm_referrer=https://www.zeit.de/2021/14/erinnerungskultur-gedenken-pluralisieren-holocaust-vergleich-globalisierung-geschichte?utm_referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com
https://geschichtedergegenwart.ch/der-katechismus-der-deutschen/
https://olja.at/forget-the-facts/
https://www.mpipriv.de/1196749/20200610-ralf-michaels-zur-debatte-um-mbembe
https://www.youtube.com/watch?v=I-jzwTiVxPQ
https://www.deutschlandfunkkultur.de/philosoph-juergen-habermas-denker-der-diskurse-kreuzt-100.html
[1] Sharon Dodua Otoo, Adas Raum, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 2021.
[2] Michael Rothberg, Multidirectional Memory: Remembering Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford University Press, Redwood 2009, p. 3.
[3] Cfr. https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/ (ultima consultazione: novembre 2023).
[4] Cfr. https://www.zeit.de/2021/14/erinnerungskultur-gedenken-pluralisieren-holocaust-vergleich-globalisierung-geschichte?utm_referrer=https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/ (ultima consultazione: novembre 2023).
[5] Cfr. https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/ (ultima consultazione: novembre 2023).
[6] Jürgen Habermas, Der neue Historikerstreit, in «Philosophie Magazin», 6/21, pp. 10-11, qui p. 11.
[7] Cfr. https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/ (ultima consultazione: novembre 2023).
[8] Sharon Dodua Otoo, Adas Raum, op. cit. pp. 127-128.
[9] Ivi, p. 129.
[10] Cfr. https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/ (consultato il 17/09/21).
[11] Michael Rothberg, Multidirectional Memory, op. cit., p. 5.
[12] https://taz.de/Debatte-um-die-Gedenkkultur/!5751296/ (ultima consultazione: novembre 2023).
[13] Michael Rother, Multidirectional Memory, op. cit. p. 5.
[14] Michael Rothberg, The Implicated Subject. Beyond Victims and Perpetrators, Stanford University Press, Stanford, 2019, p. 1.
[15] Sharon Dodua Otoo, Adas Raum, op. cit. pp. 262-263.
[16] Ivi, p. 305.
[17] Ivi, p. 310.
[19] Sharon Dodua Otoo, Dürfen Schwarze Blumen Malen? Klagenfurter Rede zur Literatur 2020, Edition Meerauge – Verlag Johannes Heyn, Klagenfurt 2020, p. 22.
[20] Ivi, p. 31.
[21] Cfr. Per Leo, Unser Land erwacht aus einem historischen Schlummer. Gespräch mit Svenja Flaßöhler, in «Philosophie Magazin», 6/2021, pp. 12-13.
[22] Anthony Dirk Moses, Deutschlands Erinnerungskultur und der «Terror der Geschichte», in Susan Neiman – Michael Wildt (a cura di), Historiker streiten. Gewalt und Holocaust – Die Debatte, Propyläen – Ullstein Verlag, Berlin 2022, pp. 199-242, qui p. 242.
[23] Manuela Bauche – Sharon Dodua Otoo (a cura di), Geschichte Schreiben, «Neue Rundschau», 27/2018, p. 6.