Abstract
Viva viva Turlupinopoli | fatta di niente, si sa,
fragilissima metropoli | che al primo soffio cadrà.
Tu tu pan pan tutù pan pan.
Renato Simoni, Turlupineide, Atto III
L’Italia del primo Novecento
La storia del Regno d’Italia agli inizi del Novecento vide la presenza decisiva di una figura politica sopra le altre: quella di Giovanni Giolitti (Mondovì 1842-Cavour 1928).
L’età giolittiana1 (1901-1914) fu caratterizzata da un marcato dualismo tra la persistente arretratezza del Sud rurale e il progresso del Nord industrializzato. La povertà estrema del Mezzogiorno spinse centinaia di migliaia di italiani ad emigrare, soprattutto verso le Americhe. Fu un'opportunità per migliorare le proprie condizioni di vita e, grazie al flusso delle rimesse, quelle delle famiglie d’origine.
Con i movimenti artistico-letterari e d’avanguardia, come il Decadentismo e il Futurismo, e l’autorevole apporto di grandi figure di intellettuali e artisti, quali Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti, nell’Italia liberale fiorirono molte novità culturali.
La nascita e la diffusione di numerosi periodici e riviste letterarie alimentarono il dibattito culturale e filosofico tra intellettuali della levatura di Giovanni Gentile e Benedetto Croce. Crebbe sempre più una cultura di massa,2 con l’apertura di nuovi teatri – spazi cruciali per la sperimentazione artistica e l’elaborazione di temi e questioni sociali del tempo – con i progressivi successi del cinematografo e con lo sviluppo del turismo, reso possibile dalla maggiore disponibilità di mezzi di trasporto, dal miglioramento delle condizioni economiche e dalla diffusione del concetto di tempo libero come parte integrante della vita sociale.
La politica giolittiana
In politica interna i governi presieduti da Giovanni Giolitti furono caratterizzati dal varo di importanti riforme sociali, quali la tutela del lavoro minorile e femminile e la municipalizzazione dei servizi pubblici.
L’atteggiamento neutrale assunto nei conflitti tra operai e datori di lavoro favorì lo sviluppo delle organizzazioni sindacali. Esercitando il diritto allo sciopero i lavoratori riuscirono ad ottenere miglioramenti salariali e condizioni di lavoro più dignitose.
Le prime importanti leggi speciali per il Mezzogiorno spinsero il Paese verso una maggiore industrializzazione. Di notevole importanza furono la statalizzazione delle ferrovie, la riforma dell’istruzione elementare e l’estensione del suffragio universale maschile ai maggiorenni senza limiti di censo e istruzione.
La politica di Giolitti cercò l’appoggio del movimento democratico-cristiano nato in seno al cattolicesimo e trovò il sostegno della corrente riformista del Partito Socialista Italiano.
In materia estera il governo italiano perseguì una politica di espansione, ottenendo la sovranità amministrativa e militare sulle colonie libiche della Tripolitania e della Cirenaica nel 1912.
La satira specchio della società
La satira nei confronti dei governi di Giovanni Giolitti fu un fenomeno pervasivo che contribuì a plasmare l’opinione pubblica italiana.3
Con i loro articoli umoristici e le mordaci vignette caricaturali che prendevano di mira il sistema di potere in carica, i giornali e le riviste satiriche come Capitan Fracassa (Roma, 1880-1891; 1901-1905) e L’Asino (Roma, 1892-1917; 1922-1925) furono strumenti fondamentali per veicolare attacchi e stroncature politiche. La stampa satirica contribuì a creare un’immagine negativa di Giolitti, spesso accusato di trasformismo, opportunismo e corruzione, andando a erodere la fiducia nei suoi governi e a rafforzare il sentimento popolare di una politica dominata da interessi particolari e non dal bene comune.
La critica pungente a Giovanni Giolitti interessò anche il mondo del teatro musicale che stava vivendo un periodo di grande sperimentazione.4 Particolarmente significativo è il caso della fortunatissima commedia musicale Turlupineide5 (1908) di Renato Simoni, passata alla storia del teatro italiano come il primo spettacolo di rivista musicale moderno. Tale lavoro, impietoso specchio delle storture della società del tempo, attraversò la penisola da nord a sud (teatri da Milano a Reggio Calabria), con numerose varianti e con ampio successo.6
Un’approfondita analisi di questo copione-libretto, che qui si presenta con opportuni rimandi di contesto, ci ha dato modo di ricostruire fatti e misfatti della politica, dell’arte, degli usi e costumi della società italiana degli anni segnati dalla figura e dai governi di Giovanni Giolitti. Nel ripercorrere l’intricata trama di questo esilarante spettacolo, finora non del tutto studiato nelle sue tante sfaccettature, il presente contributo ha cercato di svelare nomi reali, ruoli sociali, vizi e virtù dei numerosi personaggi storici satireggiati sul palcoscenico, mascherati dietro i fittizi protagonisti della vicenda narrata.
Malgrado l’opera sia andata in stampa sostanzialmente priva di una vera e propria partitura (essendo un pastiche), si è cercato anche di individuare le numerose musiche utilizzate nelle diverse messe in scena, variabili di piazza in piazza, tutti imprestiti da acclamati lavori musicali preesistenti: “musica di tutti i maestri”7 da importanti operette, canzoni popolari e romanze da salotto.
7 Come si legge nel sottotitolo del libretto dell’edizione Colombetti: “Turlupineide, rivista comica e satirica. Musica di tutti i maestri”.
Da questo studio particolareggiato del lavoro di Renato Simoni vien fuori la straordinaria abilità creativa di questo poliedrico autore teatrale che seppe dipingere con particolare sagacia un ritratto feroce dell’Italia liberale del primo Novecento e dei suoi principali protagonisti.
Sempre più attaccato su diversi fronti (compreso l’ambito musicale) e sempre meno capace di controllare la situazione politica, Giovanni Giolitti rassegnò al re le sue dimissioni nel 1914. I contrasti tra destra e sinistra provocarono nella penisola un inasprimento delle tensioni sociali, poi sedate solo alla vigilia della Grande Guerra (1915-1918).
L’Italia liberale messa in burla
“Narrare la Turlupineide! È presto detto. Qui c’è tutto, ci sono tutti, la politica, l’arte, la cronaca, la moda, la vita che si vive, le ciarle che si fanno, le nostre malinconie trasformate in apparenze ridicole, le nostre polemiche, le nostre cure, ridotte in figure grottesche per nostro divertimento e anche per nostra mortificazione”.8
8 Oliva, Teatro in Italia, 251.
Il sintetico commento di Domenico Oliva9 (politico, critico letterario e librettista di Puccini) è un’efficace presentazione di quanto narra la Turlupineide, fortunato spettacolo comico-satirico del 1908 che, in piena età giolittiana, in prosa e versi intonati, ironizzava sulla vita politica e sulle abitudini degli italiani del tempo.10
9 Domenico Oliva (Torino 1860-Genova 1917), giornalista e deputato del parlamento italiano, fu direttore per due anni del Corriere della Sera, redattore del Giornale d’Italia e corrispondente politico della Nazione. Fu uno dei primi e più importanti collaboratori alla stesura del libretto della Manon Lescaut (1893) di Giacomo Puccini.
10 Per un quadro storico generale, entro il quale fu concepita ed ebbe vita teatrale la Turlupineide, D’Alterio e Raniolo, Società, sindacato, politica.
Questa commedia musicale, il cui autore dapprima anonimo si scoprì in seguito essere il drammaturgo e critico teatrale Renato Simoni11 – più noto per aver collaborato alla stesura del libretto per la Turandot (1926) di Giacomo Puccini – è una pietra miliare nella storia del teatro italiano. Grazie a un linguaggio vivace, allegro e incalzante, sostenuto da musiche pregnanti, energici movimenti coreutici e costumi sgargianti, prefigurò soluzioni che sarebbero poi diventate comuni nel teatro di rivista tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del secolo scorso.
11 Renato Simoni (Verona 1875-Milano 1952) fu per molti anni critico del Corriere della Sera. Scrisse libretti per Giacomo Puccini, Francesco Cilea, Umberto Giordano, Giulio Ricordi (con lo pseudonimo Jules Burgmein) e altri musicisti. Tenne rubriche di fondo e umoristiche, firmandosi anche con gli pseudonimi “Turno” e “Il nobiluomo Vidal”. Durante la I Guerra Mondiale ricoprì la carica di direttore del giornale di trincea della Terza Armata. Durante gli anni Trenta si avvicinò al regime fascista. Per il racconto della sua vita attraverso le vicende della propria esistenza, le testimonianze di chi l’ha conosciuto, brani di diari e lettere, Simonelli, Renato Simoni. Per un ampio ritratto di questo poliedrico e autorevole uomo di teatro (fu uno dei primi registi italiani, drammaturgo, critico teatrale, librettista, sceneggiatore, oratore, autore di riviste, balletti, elzeviri, articoli di costume, epigrammi), si veda inoltre Gjata, Il grande eclettico.
Questo spettacolo nacque a Milano come manifestazione goliardica, organizzato a scopo benefico dal conte Emanuele Castelbarco. Con balletti, canti, frizzi e lazzi, mise in berlina politici, celebrità e personaggi in vista del tempo, riscuotendo un successo tale che si produssero ben presto analoghe rappresentazioni in tutta Italia, da Parma a Roma, fino a Rossano Calabro.12
12 Oltre alla prima di Turlupineide, data al Teatro Filodrammatico di Milano il 21 aprile del 1908, si segnalano, almeno, le seguenti rappresentazioni di questo spettacolo musicale: Milano, Teatro Dal Verme, 7 giugno 1908; Roma, Teatro Costanzi, 26 maggio 1909, dove tenne le scene per due mesi di continui ‘tutto esaurito’; Parma, Teatro Reinach, 11 ottobre 1909; Rossano Calabro, Collegio, 1909. Per lo spettacolo dato al Teatro Dal Verme, si veda l’Elenco no. 18 delle opere riservate per diritti d’autore, con speciali dichiarazioni ai sensi dell’art. 44 approvato con R.D. 19 settembre 1882, no. 1042, in Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia no. 277, 26 novembre 1908. Per lo spettacolo dato a Rossano Calabro, Tocci, Turlupineide nel collegio.
Turlupineide fu la più gaia, perfetta e ingegnosa delle opérettes-révues italiane del tempo,13 tanto riuscita da procurare a Renato Simoni un notevole successo artistico e finanziario e da farne un maestro largamente emulato.
13 Circa il panorama dei generi d’intrattenimento in voga in Italia all’epoca, Jona, Spettacolo di intrattenimento, 220. Per un profilo dell’era giolittiana e della crisi dell’opera nell’‘età del decollo’ attraverso la centrale vicenda della STIn (Società Teatrale Internazionale) nel processo di riorganizzazione in chiave capitalistica del teatro lirico italiano e internazionale, si veda inoltre Paoletti, Mascagni, Mocchi, Sonzogno. Attirando personalità del calibro di Pietro Mascagni, Edoardo e Renzo Sonzogno, Walter Mocchi ed Emma Carelli, nei suoi ventitré anni di vita (1908-1931) la STIn fu un importante punto di riferimento per l’Italia liberale.
Nel medesimo filone di spettacoli a scopo benefico registriamo, tra gli altri, la festa universitaria (22-23 maggio 1909) Stivaliade,14 commedia goliardica dell’Associazione Universitaria Parmense pro terremotati di Messina e della Calabria, e Giocondiamo?,15 piccola rivista in tre atti, parole e musica di Joseph von Icsti,16 in prima rappresentazione nel 1912 a Milano, nel teatro privato del conte Giuseppe Visconti di Modrone, a favore della Croce Rossa, poi messa in scena anche al Teatro Sociale di Brescia.
14 Associazione Universitaria Parmense, Stivaliade.
15 Icsti, Giocondiamo?, rivista satirica che nella chiusa fa giungere in scena, in una grande scatola, il dono di Giolitti, ossia la Tripolitania, ceduta dall’Impero Ottomano all’Italia nel 1912, al termine della guerra italo-turca: “È la Tripolitana, incarnata superbamente dalla marchesa del Mayno: la nuova colonia parve a tutti incantevole”. Al riguardo si veda Nardi e Gentili, cur. La grande illusione, 274.
16 Anagramma di Giuseppe Visconti, padre del celebre regista Luchino.
Turlupineide è un pastiche satirico antesignano delle grandi riviste musicali in voga in Italia fino alla metà degli anni Cinquanta. Già acclamato autore di commedie, Renato Simoni riversò in questo suo libretto tesori di spirito, non mancandovi nulla, dagli scandali romani nella costruzione del Palazzo di Giustizia e del Vittoriano17 alla politica della destra moderata e cattolica, dalle agitazioni delle femministe a un Gabriele D’Annunzio che assurdamente si fa spolverare la marsina dal suo cameriere e ammiratore Dante Alighieri e va contendendo a Pietro Mascagni i favori della Réclame (personaggio allegorico), dal direttore d’orchestra Arturo Toscanini a Filippo Turati vate del socialismo e difensore dei diritti delle classi lavoratrici.18
17 Per i quali avvenimenti si veda Pertica, Fattacci e personaggi della Roma umbertina; Venturoli, Patria di marmo.
18 Tutto questo in sole trenta pagine del libretto.
Racchiudendo numerosi avvenimenti del primo Novecento e passando in rassegna tutti coloro che, a diritto o a torto, tennero desta l’attenzione del popolo italiano del tempo, il libretto-copione di questo pastiche è così fitto di personaggi e di situazioni sceniche che resta difficile riassumerne l’argomento.19 In un vortice incessante di salace ironia e satira feroce, di piacevole divertimento, arditi doppi sensi e grassa comicità vi s’intrecciano attualità e politica, mode e cultura che s’agitarono all’ombra di quel gran pastrano di Giolitti dal quale scaturì l’irriverente nomignolo “Palamidone”20 affibbiatogli nelle impudenti caricature dal perfido Vamba,21 e da Casimiro Teja sul giornale satirico Il Pasquino (edito a Torino negli anni 1856-1930).
19 Per una svelta descrizione di questa rivista musicale, Fiorentino, Operetta italiana, 250-260.
20 Il nomignolo “Palamidone” fu ulteriormente storpiato in “Calamitone” (da calamità) quando, a causa di una serie di decessi tra i ministri del suo primo governo (1893), Giolitti fu additato e deriso qual essere uno iettatore.
21 Vamba è pseudonimo del giornalista fiorentino Luigi Bertelli, l’autore del celebre Giornalino di Gian Burrasca, romanzo pubblicato prima a puntate, sul settimanale Il Giornalino della Domenica (tra il 1907 e il 1908), poi in volume nel 1912.
L’eccelso inarrivabile Palamidon
Sempre avendo come bersaglio satirico Giovanni Giolitti, si deve allo stesso Renato Simoni anche una rivista comico-satirica in tre atti, dal titolo Il mistero di S. Palamidone,22 data al Teatro Apollo di Roma il 7 dicembre del 1911, una reinvenzione del Mistero di San Sebastiano.
22 Simoni, Mistero di S. Palamidone.
In campo prettamente lirico, qualche tempo prima il Pietro Mascagni degli anni giovanili aveva dato alle stampe il goliardico Addio di Palamidone (1894) sul Fanfulla della domenica (settimanale politico e letterario pubblicato in Roma, 1879-1919), con dedica al critico musicale Eugenio Cecchi. Nelle strofette satiriche di quest’aria da camera per canto e pianoforte l’autore (sia del testo sia della musica) aveva ironizzato sullo scandalo della Banca Romana23 del 1893 e sulle forzate dimissioni di Giovanni Giolitti (Palamidone) per il vuoto di cassa di due milioni. Il testo della lirica recita: “Io fui l’inestimabile, | L’eccelso inarrivabile, | Palamidon. | Don, don! || Mi disser burocratico | che emargina le pratiche, | ma un gran ministro io son. | Don, don! || Banche ho mandate a rotoli, | poi feci il capitombolo | col mio Palamidon. | Don, don! || Ridotto al lumicino | non valgo più un quattrino, | ma son Palamidon! | Don, don!”.24
23 Sulle ceneri di quell’Istituto di Credito nacque poi la Banca d’Italia.
24 Mascagni, Addio di Palamidone.
Deputato dal 1882 fino all’avvento del Regime Fascista, Presidente del Consiglio a più riprese (cinque governi), quanto a longevità politica Giovanni Giolitti è paragonabile alle figure di Giulio Andreotti o di Amintore Fanfani. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la frequenza con cui lo statista liberale divenne bersaglio della satira di ogni tipo, in particolare delle vignette.25 D’altronde, il suo aspetto fisico ben si prestava alla derisione: molto alto per la media italiana del tempo, perennemente avvolto nella lunga palandrana nera, dotato dalla natura di un grosso naso ricurvo e di labbra carnose e sporgenti incorniciate da folti baffi, l’illustre piemontese sembrava nato per essere immortalato in caricatura.
25 Al riguardo si veda Gianeri, Palamidone; Aloi, cur. Giolitti nella satira politica, catalogo della mostra (Alessandria, Galleria “Carlo Carrà” di Palazzo Guasco, 22 gen.-1 feb. 2004), con duecento pezzi originali, tra disegni, giornali d’epoca, stampe e cartoline, che ricostruisce lo spaccato del periodo attraverso il materiale pubblicato sulle più importanti riviste satiriche del tempo. Per la storia della satira e della caricatura in Italia dalla fine dell’Ottocento ad oggi, Benadusi e Serventi Longhi, cur. Le maschere della realtà.
La galleria dei personaggi
Ironizzando a tutto spiano sull’equilibrismo di Giolitti e su personaggi e fatti di spicco dell’età giolittiana, i tre atti e quattro quadri di Turlupineide passano in ‘rivista’ il turismo straniero in Italia, la fondazione di Milanino, le vittorie socialiste, l’affermarsi del partito clericale, la politica finanziaria di Luigi Luzzatti, la Massoneria, il Futurismo, le novità teatrali di Leoncavallo, Mascagni, Puccini, Boito, le prodezze canore di Caruso, la poesia di Pascoli e di Pastonchi, gli scioperi tranviari, l’opera e i personaggi di D’Annunzio, alle prese con un Dante Alighieri paradossalmente ridotto a suo domestico.
Benché presentati con nomi non del tutto palesi, i personaggi reali e allegorici messi in burla in questo spettacolo musicale erano di certo individuati con facilità dal pubblico del tempo, nelle allusioni e mascherature con le quali furono a turno concepiti per la finzione scenica.26 Scorrendo le dramatis personae del libretto della Turlupineide – al netto delle varianti27 dovute ai continui adattamenti e modifiche apportati al canovaccio-base per il mutarsi degli eventi d’attualità e in funzione delle diverse piazze teatrali che ospitarono questa fortunatissima rivista – spiccano, tra tutti, oltre al centrale Giolitti-Palamidone-Napoleone, i seguenti personaggi comprimari.
26 Non è stato altrettanto facile, invece, in qualità di lettori-spettatori moderni, ricostruire la corrispondenza tra i personaggi del libretto-copione e i personaggi della realtà.
27 Mettendo a confronto le dramatis personae presenti in due differenti edizioni del libretto della Turlupineide, si può osservare come accanto ai personaggi principali fissi ne compaiano altri mobili. Elenco dei personaggi nell’edizione del libretto a cura della Società Anonima Suvini Zerboni: La Réclame, Eusapia, Basiliola, 1a Signora, 1° Sposo, 1a Merveilleuse, 2a Merveilleuse, 3a Merveilleuse, Direttrice delle Femministe, 1a Congressista, 2a Congressista, 3a Congressista, 4a Congressista, Dama della Croce Rossa, Tecoppa, Gabriele, Napoleone, Nepomuceno, Nunziato, Lord Blok, Filippo il Rosso, Pannicelli, Cornacchia, Esculapio, Capitan Spaventa, Pacifico, Gigione, Sonnellino, Pantalone, Mascheragni, Conte Stin, 1° Marito, 1° Americano, John, Sporchetti, Dante, Erricone, L’Asinaio. Elenco dei personaggi nell’edizione del libretto a cura dell’Off. d’arti graf. Pilade Rocco & C.: La Réclame, Una Serva, Eusapia, Trattazzini, Presidentessa, Basiliola, Una Signorina, 1a Merveilleuse, 2a Merveilleuse, 3a Merveilleuse, Tecoppa, Napoleone, Gabriele, Nepomuceno, Novellino, Nunzio, Mascheragni, Mangiaspilli, Filippo il Rosso, Pantalone, Pontefice, Tossecanina, Buffolino, Cornacchione, Mirino, Giannettino, Sir Plock, John, Tindoro La Meta, Oratorio, Erricone, Casuro, Sempresbaglia, Sporchetti, Crudolardo, Dante, Molliniretta.
Filippo il Rosso, ossia il politico e giornalista Filippo Turati (Canzo 1857-Parigi 1932), tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, autore dell’Inno dei Lavoratori.
Eusapia, ossia la celebre medium Eusapia Palladino (Minervino Murge 1854-Napoli 1918), che in Italia, Francia, Germania, Polonia e Russia diede prova delle sue eccezionali abilità tramite levitazioni, ‘apporti’ di fiori, materializzazioni di spiriti di defunti e comunicazioni dirette col proprio spirito guida John King.
Cornacchione, ossia il conte Carlo Ottavio Cornaggia Medici Castiglioni (Milano 1851-1935), fedele al magistero della Chiesa e sensibile alle ragioni della sua protesta, ma ugualmente sensibile alle ragioni dello Stato e della politica. Come per buona parte di quell’aristocrazia lombarda liberale e cattolica cui apparteneva, la sua fede religiosa non escludeva, anzi imponeva, una piena adesione ai nuovi istituti nazionali e una fattiva partecipazione alle lotte politiche. Fu appassionato al problema della riconciliazione del mondo cattolico con il nuovo Stato unitario e ancor più a quello della sua collocazione all’interno del sistema politico.
Lord Blok (in scena con un blocco al seguito), ossia Ernesto Nathan (Londra 1845-Roma 1921), ebreo, cosmopolita, repubblicano nella linea di Mazzini e Saffi, laico e anticlericale, primo sindaco di Roma e gran maestro del Grande Oriente d’Italia. La sua candidatura a sindaco fu appoggiata da una coalizione denominata “Blocco Popolare”, passata alla storia come “Blocco Nathan”, costituita da Unione Socialista Romana, Federazione delle Associazioni Costituzionali, Partito Repubblicano, Unione Democratica Romana, Camera del Lavoro e varie Organizzazioni economiche.
Marte, ossia il Ministro della Guerra del momento.
Gigione, ossia Luigi Luzzatti (Venezia 1841-Roma 1927), detto Gigione, ma anche Buddha per i suoi studi sulle religioni orientali, giolittiano di provata fede, il più autorevole, infaticabile e benemerito sostenitore dell’Istituto Banche Popolari che ebbe soltanto la debolezza della sua grandezza.
Erricone, ossia il malavitoso Enrico Alfano (Napoli 1874-?), capo della “Onorata società”.
Il Conte Tacchia, ossia il conte Adriano Bennicelli (vissuto tra il 1860 e il 1925), stravagante personaggio della Roma umbertina, il cui soprannome derivava dal fatto che i conti Bennicelli si erano arricchiti con il commercio del legname (tacchia, in romanesco, è il pezzo di legno). Sempre elegante, andava in giro per la città con una delle sue carrozzelle tirate da cavalli e, se non gli si dava strada, cedeva al turpiloquio. Fu in questo senso il principe della ‘turlupineide’, con liti e denunce. Spesso presente nelle cronache del tempo fu simbolo di un’epoca fumantina, tutta esteriore, fatta di battute e snobismo. Per esprimersi al meglio aveva bisogno di un palcoscenico all’aperto e di un folto pubblico davanti al quale esibirsi e con il quale s’intratteneva spesso a discutere animatamente. Nel 1910 Bennicelli intraprese la carriera politica, con la candidatura a deputato liberale, ma avendo ottenuto soltanto 83 voti commentò così la sconfitta: “Ho pagato tanti litri e mi hanno restituito un fiasco solo!”.
Don Romolo Murri (Monte San Pietrangeli 1870-Roma 1944), presbitero e politico tra i fondatori del cristianesimo sociale, subì la sospensione a divinis e nel 1910 la scomunica, poi revocata nel 1943.
Barzilai, ossia l’avvocato, criminologo e politico Salvatore Barzilai (Trieste 1860-Roma 1939), nel 1890 deputato tra le file dell’‘estrema sinistra’ radicale, nel 1895 tra i fondatori del Partito Repubblicano Italiano.
Basiliola, ossia la ‘superfemmina’ protagonista della Nave, tragedia in versi di Gabriele D’Annunzio, che aveva riscosso un particolare successo in occasione della sua prima rappresentazione l’11 gennaio del 1908.28 Assetata di vendetta per il padre e quattro fratelli che il ‘superuomo’ Marco Gratico aveva accecato, Basiliola può disporre solo delle sue armi di donna. Esercita in tutti i modi il suo potere lussurioso per avvincere a sé l’uomo odiato, finché, diventata sacrilega amante anche del vescovo Sergio (fratello di Marco), li aizza a feroce battaglia nella quale Sergio soccombe.
28 Dal dramma dannunziano La Nave Italo Montemezzi trasse un’omonima opera musicale, in tre atti, rappresentata a Milano nel 1918.
La Réclame, personaggio allegorico che allude a quel Gabriele D’Annunzio (Pescara 1863-Gardone Riviera 1938) tanto incline alla pubblicità e alla promozione commerciale. Nel corso degli anni e con l’incremento della fama che fece di lui uno dei personaggi più ammirati, ma anche più discussi dall’opinione pubblica, lo scrittore non fece altro che alimentare il mito di sé stesso. D’Annunzio vide nella stampa una cassa di risonanza troppo efficace per non prestarvi attenzione e riporvi speranze, non solo in termini di popolarità, ma anche economici. Intuendone la vasta portata divulgativa e il potenziale propagandistico, la ritenne il mezzo più efficace per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla propria attività di demiurgo della parola, servendosene da esperto operatore della comunicazione ante litteram.
Mascheragni,29 ossia il musicista Pietro Mascagni (Livorno 1863-Roma 1945), che nella finzione dello spettacolo di Renato Simoni contende a D’Annunzio il favore della Réclame. Nella vita reale, lo stesso Mascagni raccontò il suo contrastato rapporto d’amicizia e professionale con D’Annunzio, anche attraverso la comune travagliata esperienza dell’opera Parisina, nella tensione di entrambi verso il successo:
29 Spiritoso nomignolo dato a Mascagni per via della sua opera Le Maschere (1901), su libretto di Luigi Illica.
Certo, che ho conosciuto D’Annunzio! Anzi eravamo amici; ma a me quell’uomo lì non è mai piaciuto troppo. Però siamo stati amici. Ed ecco come. In un articolo apparso un giorno sul Mattino di Napoli, intitolato “Il Capobanda”, articolo alquanto feroce verso la mia persona, era scritto fra l’altro ch’io ero abituato a trattar male il mio prossimo, e che ero facile, da quel perfetto livornese ch’io mi ero, alla più volgare bestemmia; si diceva inoltre che, nell’intimo di casa mia, vestivo sempre di rosso. L’articolo era di D’Annunzio; naturalmente io risposi, controbattendo le sue insinuazioni, e tra l’altro ebbi cura di affermare che ancora non avevo avuto il piacere di conoscere il poeta, ma che solo allora egli mi si rivelava per quel che effettivamente era. […] Il dissidio tra il Poeta e me durò alquanto tra la diffidenza, e le reciproche insinuazioni; ma un bel giorno, anche per i buoni uffizi di comuni amici, si cangiò in cordialissima amicizia. Fu quando D’Annunzio mi fece sapere che si sarebbe riconciliato con me ad un pranzo fra amici. Io aderii alla proposta e ci abbracciammo; anzi, la pace fu perfetta anche se, durante il simposio, corsero tra noi alcuni strali intinti nella più frizzante ironia. […] Finalmente un amico comune propose che io musicassi un dramma di d’Annunzio e la proposta mi piacque. Il dramma fu Parisina.30
30 Mascagni, Mascagni parla, 100.
I due trascorsero “giorni veramente deliziosi”,31 nonostante qualche divergenza di vedute sorte a proposito di modifiche da apportare al testo, imposte da considerazioni drammaturgico-musicali. “[D’Annunzio] non voleva fare tagli perché diceva che l’autore non deve mai tagliare. Ma io tagliai lo stesso e lui se ne ebbe a male; disse che non avrebbe permesso altri tagli, scoppiò un putiferio”.32 Parisina vide le scene al Teatro alla Scala di Milano il 15 dicembre 1913, sotto la direzione dello stesso compositore. Autorevoli critici riscontrarono una smodata lunghezza dell’opera per cui Mascagni decise di apportare ulteriori tagli.
31 Mascagni, Mascagni parla, 102.
32 Ibid.
La galleria dei personaggi che popolano il libretto della Turlupineide è ancora assai nutrita, dal Conte Stin a Nepomuceno, da Nunziato a Sporchetti, Cornacchia, L’Asinaio, Pannicelli, Esculapio, Pacifico, Sonnellino, Capitan Spaventa, Pantalone. Nelle allusioni della trama si affacciano altre personalità politiche. In ordine sparso, il barone Sydney Sonnino (Pisa 1847-Roma 1922), d’origini ebraiche, Ministro degli Esteri e Ministro del Tesoro, che si era opposto alla dispendiosa politica aggressiva di Francesco Crispi in Etiopia e si era occupato intensamente della questione meridionale; l’avvocato Giuseppe Marcora (Milano 1841-1927), che aspirava a diventare Ministro della Guerra; il medico Guido Baccelli (Roma 1830-1916), Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio e sei volte Ministro dell’Istruzione Pubblica (non riuscendo, tuttavia, a far prevalere l’auspicata riforma generale della scuola), al quale si devono il Policlinico Umberto I di Roma, i restauri del Pantheon, gli studi sulle bonifiche delle paludi pontine e l’istituzione della festa degli alberi; il politico Alessandro Fortis (Forlì 1841-Roma 1909), detto Sandrino, Presidente del Consiglio dal 1905 al 1906; il Ministro Felice Santini (Roma 1850-ivi 1922), medico e militare di origini ebraiche (ma non praticante), amico e sostenitore di Giolitti, anticlericale e affiliato alla Massoneria, convertitosi al cattolicesimo in tarda età.
La Città Ideale nella trama
Nel primo atto della Turlupineide si presenta, al centro della scena, un’imitazione di quel travagliato monumento a Leonardo Da Vinci che si erge in Piazza della Scala a Milano, con la statua di Leonardo contornata da quelle dei suoi quattro principali discepoli.33 Ai milanesi non era piaciuta l’idea che il genio toscano non potesse avere una statua tutta per sé. Trovando offensiva la scelta di fargli condividere il monumento con le statue degli allievi, i cittadini l’avevano rinominato “on liter in quater”,34 come d’uso nelle osterie quando si ordinava un litro di vino con quattro bicchieri, a significare che il genio di uno fosse stato diviso tra gli altri quattro.
33 Il monumento, voluto da Massimo d’Azeglio, fu opera dello scultore milanese Pietro Magni.
34 Tale definizione si deve all’arguto e scapigliato scrittore e giornalista milanese Giuseppe Rovani. Il gruppo marmoreo fu inaugurato il 4 settembre del 1872 alla presenza dell’artista Pietro Magni, del re Umberto I e dell’intellighenzia cittadina del tempo. Alla cerimonia partecipò anche Giuseppe Rovani. Alcuni giorni dopo Rovani si ritrovò in un’osteria a cenare insieme all’autore del monumento e ad altri due amici. Mosso dall’insistenza dello scultore, che chiedeva un parere spassionato sulla sua opera, Rovani prese il fiasco di vino da un litro dalla tavola e, mettendolo al centro tra i quattro commensali, rivolse a Pietro Magni le seguenti parole: “Ecco qui la tua opera: on liter in quater...”. Tale espressione si propagò rapidamente in tutta la città e la statua passò alla storia per la sua somiglianza ad una bottiglia di vino con quattro bicchieri intorno. Si veda Arrighi et al., Milano nuova, 6 (pagina contenente una stampa antica del monumento) e 9; Giarelli, Vent’anni di giornalismo (1868-1888), 45.
Nella finzione della commedia satirica di Renato Simoni, in cima al discusso monumento milanese si erge Gabriele D’Annunzio e nel basamento, al posto degli allievi di Leonardo, i quattro grandi poeti italiani Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Contorna il monumento una galleria di statue che raffigurano Guido Baccelli, Giuseppe Marcora, Eusapia Palladino, Luigi Luzzatti, Ernesto Nathan, Filippo Turati, Felice Santini e altri.
L’azione si scatena quando Tecoppa,35 furbo personaggio del teatro dialettale meneghino, vende le statue a una comitiva di milionari venuti d’America, che è quel paese nel quale si dice che i socialisti italiani si rechino a tenere conferenze ritornando poi in patria pieni di quattrini.
35 Strano miscuglio di furberia e ingenuità, vivace raffigurazione di un tipo ai margini della società, Tecoppa è un personaggio allampanato, curvo e dal passo incerto, nemico del lavoro. Creato da Edoardo Ferravilla e Giuseppe Stella, prese il nome dal suo abituale intercalare “Dio te coppa!” (Dio t’accoppi): si vedano le scene comiche di Ferravilla e Stella, Prodezz del Tecoppa.
Le statue vendute si offendono. Mentre dall’alto del monumento D’Annunzio parla col suo linguaggio aulico, ricercato e decadente – di cui Renato Simoni fece continue e sbalorditive parafrasi sulle colonne del Guerin Meschino (edito a Milano, 1882-1950)36 – le bianche figure scendono dal piedistallo deliberando concitate di voler fondare una nuova città. È necessario un mezzo di trasporto affinché possano recarsi dove dovrà sorgere l’altra Roma, ossia la Città Ideale. Giunge propizio il Conte Tacchia guidando un magnifico cocchio tirato da ballerine trasformate in cavalle. Partono tutti.
36 Il Guerin Meschino, periodico satirico, umoristico e illustrato, fondato nel 1882 nella Milano della Scapigliatura, nel proprio Manifesto dichiarava: “noi vogliamo giudicare di tutto e di tutti, senza bisogno di idoli, né in arte, né in politica, né in tutto quanto costituisce la vita pubblica”. Su questo tema si vedano Gara e Piazzi, “Nascita del Guerin Meschino”, 132.
Il secondo atto della rivista si apre su una landa deserta, dove sorgerà la nuova città. Ne sarà il sindaco Ernesto Nathan, dalla parlata metà inglese metà italiana. Turati vuole una città socialista e canta strofe sulla musica dell’inno dei lavoratori, già diventate celebri: “Io propugno un socialismo | tra borghese e proletario | di parer sempre contrario | e che sia tra il sì ed il no! || Tutti i giorni a casa mia | dalle dodici alle otto | nel bel mezzo del salotto | splende il sol dell’avvenir!”. Cornaggia vuole una città santa, Baccelli una città igienica. Gli onorevoli si accapigliano: Marcora, vestito da generale della prima repubblica francese – si rammentano le sue velleità di diventare ministro della guerra – agita furiosamente un campanello e tempesta nel suo italiano punto toscano. Giunge don Romolo Murri che ballando e sgambettando con assai procacia, vestito da contadina e con la berretta sacerdotale, canta sulle note della canzone della ciociara d’essere radicale, socialista, cattolico (ma, sino a un certo punto).
Giungono i futuristi, Felice Santini vestito da guerriero, Alessandro Fortis (Pacifico), col suo eterno sigaro Virginia, che chiede d’esser lasciato in pace, Luigi Luzzatti, Sidney Sonnino in aspetto d’aviatore e Giovanni Giolitti (Napoleone) che, sulla celeberrima aria della malavita Gira e fai la rota, canta la sua vittoria, il suo potere, la sua sovrana tranquillità:
Lasciatemi passar, brave persone... | le resistenze son tutte vane, | io so come si fa ad aver ragione. || E gira e fai la rota | qui sta la mia bravura | nel metter in pensione | la libertà in questura. || C’era l’opposizione anticamente | ora non osa più mostrar la fronte: | a chi la trova mancia competente. || E gira e fai la rota | come fu come non fu! | l’opposizione c’era | ma non si trova più. || Io sono molto esperto e molto scaltro | se l’orizzonte si fa scuro e tetro | io mi dimetto e fo ministro un altro. || E gira e fai la rota | quand’è il momento buon | lo sbalzo dallo scanno | e torno ancor padron.
Marcora e tutti gli altri in coro: “Come canti bene! Come sei bello! Come sei grande!”. Il Presidente del Consiglio accoglie serafico le lodi e gli osanna: “Volete fondare una nuova città? Sta bene, ma le vostre idee?”. Turati fa sfilare le sue: sono ballerine vestite di rosso dalla cintola in su e d’un rosa che va impallidendo dalla cintola in giù. Marcora chiama i suoi guerrieri napoleonici che cavalcano tacchini, per una divertentissima satira del pollin37 milanese. Cornaggia presenta una folla di danzatrici vestite di bianco e di nero, le più civettuole, le più eleganti, le più seducenti che si possano ideare. Nathan quattro ballerine inglesi che hanno sul gonnellino i sacri segni massonici: “Che belle idee che ha il Nathan!” si mormora, quelle ragazze britanniche sono deliziose e ballano ch’è una meraviglia.
37 Cherubini, “Pollin”, 372: “Tacchino. Gallo o Pollo d’India. [...] Il Tommaseo [...] dice che a Milano il Pollin si chiama così per una specie d’ironia”.
Lo stesso Giolitti presenta i suoi concepimenti politici sotto l’aspetto di operai democratici e sbirri, che rispecchiano i princìpi di “libertà coll’ordine, ordine colla libertà”. Un “Settimino politico” elenca gli “ingredienti” necessari per erigere la Città Ideale:
Per fondar una città | non abbiam difficoltà | quel che occor è un ideal | democlerico social! | L’ideal come si forma? | La ricetta l’abbiam già | una gamba di Cornaggia | con un piede di Nathàn | un pochino di Barzilai | si, ma si, ma si, ma si. | Di Turati un riccio ner | ma benon, ma si, ma si. | Un po’ d’unghie di Sonnino | questo si, oh! questo si | un postino e un tramvier | si, si, si, si, si, si, si. | Mescolar tal cibo vario | come i cuochi esperti fan | nel sudore proletario | e nell’unto del pievan. | Che minestra straordinaria, | che sapore da gourmè! | ci vuol l’arte culinaria | d’un gran cuoco come me!
Finalmente si entra nel periodo elettorale. È il momento della seduzione degli elettori: seduzione clericale, seduzione di denaro, vino e cibarie, seduzione di onorificenze, seduzione energica da forze dell’ordine (quattro gruppi di canto e danza, in costumi assai attraenti). Le urne danno il loro responso. Si precipita una frotta di maschere rosse scarlatte e nere come la notte. Spavento di Cornaggia: “È la rivoluzione!”. Spavento di Turati: “È la reazione!”. “Niente paura” esclama Giolitti “lasciate fare a me”. La scena si oscura, poi si rischiara d’un tratto e le maschere, tutte d’un colore verdognolo, portano il ‘sì’ scritto là dove dovrebbero avere la testa (che non hanno), sul petto, davanti e dietro. “È la mia maggioranza” grida superbo Giolitti, mentre i ‘sì’ innumerevoli cantano sulle note dell’allegra marcia boulangista: “Per te votiam!”. Un sole enorme e una ragnatela dorata spuntano all’orizzonte: la maggioranza si prostra e adora: “Noi t’adoriam | per te votiam | noi t’adoriam | è un bel piacer | è un bel dover | votar ognor | pel minister. || La maggioranza siam | senza parlar votiam | ci dona protezion | o gran Palamidon!”.
Il terzo atto della rivista è consacrato alle bizzarrie della moda e dell’arte. Le femministe, baffute e barbute, cantano il coro dei cospiratori della Figlia di Madame Angot per poi lasciarsi sedurre da elegantissimi uffìciali di cavalleria. I mariti omicidi vanno a nozze al suono della marcia funebre della Jone. La città sorge d’un tratto, ma per il raddoppio improvviso delle pigioni si temono disastri. Accorrono le Dame della Croce Rossa in ricercate acconciature pompadour. Si hanno le nuove mode (le Merveilleuses in costume straordinario) e i nobili romani: l’onorevole Caetani che saluta solo il loggione con un fazzoletto rosso, don Prospero Colonna, don Marino Torlonia, il conte Enzo Ravaschieri e il Principe Scalea. Poi Mascagni e D’Annunzio intenti a corteggiare la Réclame, con la consegna del manoscritto della Nave a Pantalone. Gabriele D’Annunzio, in veste d’ammiraglio, è circondato dai suoi efebi. Compaiono anche le eroine scarmigliate e deliranti dei suoi drammi (Mila, Gigliola, Fedra), tenute a freno da guardie di polizia. Gabriele canta con Basiliola il ‘duetto della cammesella’: “E levati il primo vel | Il primo velo, gnornò, gnornò, | E fammi un poco d’incesto | E dì che ti piace la Fedra”. Basiliola dapprima rifiuta, ma sotto minaccia finisce per rassegnarsi: “Ti dirò che mi piace la Fedra | ma nessuno me lo crederà”. Una lotta atletica di Enrico Ferri e Filippo Turati culmina in uno sciopero dei servizi pubblici. Lo spettacolo termina in un galop final in cui s’inneggia alla nuova città, l’altra Roma, fondata tra mille vicissitudini e mille magagne:
Già fondata è la cittade | ha il suo ben ed ha il suo mal! | buchi e sassi per le strade, | automobili e caval! || Tu tu pan pan tutù pan pan. || Avrà presto i suoi teppisti, | le sue etere presto avrà | preti code e socialisti | ah si è una gran città. || Tu tu pan pan tutù pan pan. || Viva viva Turlupinopoli | fatta di niente, si sa, | fragilissima metropoli | che al primo soffio cadrà. || Tu tu pan pan tutù pan pan.
Il trionfo d’una piacevolissima bizzarria
Con la messa in scena di Turlupineide al Teatro Costanzi di Roma (26 maggio 1909) la Compagnia38 di Operette Città di Genova riscosse un vivo successo, come nell’entusiastico resoconto di Domenico Oliva:
38 “Grande” [come da locandina dello spettacolo] Compagnia Italiana di operette e fèeries Città di Genova, proprietà della Società Suvini-Zerboni, costumi, decorazione scenica e direzione artistica cav. Luigi Sapelli (Caramba), Ignazio Tantillo e Giovanni Passari direttori d’orchestra, Alberto Vergnani direttore del coro, Lorenzo Possanzini coreografo, Antonio Rovescalli scenografo, Dante Majeroni messa in scena. Diretta dall’impresario Dante Majeroni, per molti anni a capo delle compagnie più prestigiose del primo ventennio del Novecento: Compagnia operette e opere liriche di Raffaele Tomba; Compagnia di Guido Magnani; Compagnia di Giulio Marchetti; Compagnia di Gea della Garisenda; Compagnia Caramba e Scognamiglio; Compagnia Città di Milano.
A me pare Renato Simoni colla sua piacevolissima bizzarria che iersera ebbe un trionfo inaudito sulle scene del Costanzi, sia tornato alla significazione originaria della parola o delle parole che si foggiarono sulle burle professionali dell’antico commediante.
La sua turlupinatura è lo scherzo più amabile, più leggiadro, più spiritoso che si possa immaginare: certamente è spesso un tiro e di lunga portata, ma è sempre, come si dice, di buon genere, signorile, elegante, è un’allegra presa pel bavero, della quale nessuno si deve offendere, anzi gli stessi bersagliati debbono primi riderne di gusto, altrimenti si rivelerebbero persone di poco spirito, debbono, se mai, considerare che una beffa garbata è uno degl’inconvenienti della celebrità, della notorietà, della reputazione politica, letteraria, mondana, che non sono pochi e questo senza dubbio è il meno fastidioso di tutti. Ho parlato d’allegria: infatti qui c’è allegria da quando la tela si schiude a quando ci toglie la visione lussuosa e luccicante dell’ultimo quadro: si ride continuamente: si ride sino alle lagrime, direi che si ride troppo, e che la Turlupineide ha l’invidiabile difetto d’esaurire la nostra facoltà di ridere, privilegio, si afferma, della sola razza umana e solo certo indizio della nostra superiorità sulle altre famiglie di viventi: alla fine del secondo atto non se ne può più: l’imperturbabile umorista ci ha vinti, sgominati, schiacciati e come sia riuscito a tenerci desti ancora pel terzo atto, a strapparci qualche residuo d’ilarità nascosto nelle regioni recondite e perdute del nostro essere, è un mistero la cui indagine abbandono ai maestri di psicologia. Ho parlato d’allegria: avrei dovuto dire follia: qui veramente si scatena e tripudia la folle du logis coll’evoluzioni più buffe e più imprevedute, colle smorfie più illogiche e più graziose, qui prorompe e tempesta, ebbra, giovane, temeraria, ribelle, vittoriosa. Insomma si vede che Renato Simoni ha una grande familiarità colla buon’anima di Carlo Gozzi: egli in questo sogno d’una notte di carnevale rinnova il libero teatro dell’emulo del Goldoni, il teatro della favola satirica, della fiaba ironica, dello spettacolo sfrenato e sconfinato; qui c’è quella fantasia che nei nostri tempi alcuni pensavano si fosse smarrita, altri credevano almeno ridotta a mal partito. Ma la fantasia del Simoni ha avuto per collaboratrice necessaria la fantasia di Caramba,39 il quale ha saputo e potuto dare al sogno una forma concreta, tangibile, ha fatto una realtà maravigliosa di tante visioni sorte da un capriccio che non conosce regola. Questo grande artista ha vinto la più ardua e la più bella delle sue battaglie, e quando il pubblico enorme che iersera affollava il Costanzi, una folla immensa, paurosa, stordito dal succedersi delle scene e delle trasformazioni, stupito dal rincorrersi incessante dei gruppi, delle schiere di attori, di coristi, di danzatrici, sempre in nuovi costumi, i più pittoreschi, i più fantastici, inventati colla genialità più fresca e più felice, preso dalla vertigine di quel caleidoscopio di eleganze e di ricchezze, scattò tutto insieme in formidabile impeto d’entusiasmo, si gridò d’ogni dove: Caramba, Caramba! E lo straordinario inventore dovette lasciarsi trascinare alla ribalta; e non ostante la sua rara modestia, godere lo spettacolo non dimenticabile del suo legittimo trionfo.40
39 Caramba, nome d’arte di Luigi Sapelli (Pinerolo 1865-Milano 1936), scenografo, costumista e illustratore. Dal 1900 lavorò come scenografo per compagnie d’operette che formò e diresse fino al 1915. Dal 1921 alla morte fu direttore dell’allestimento scenico del Teatro alla Scala. Creò sessantamila costumi per cinquecento spettacoli. Per una panoramica si veda Viotti, Caramba, “Pantocrator”.
40 Oliva, Teatro in Italia, 249.
Musica di tutti i maestri
Essendo un pastiche, la partitura della Turlupineide di Renato Simoni era certo formata dall’insieme di parti staccate di brani preesistenti riuniti per l’occasione, come dichiara il libretto in quella “musica di tutti i maestri”41 che si potrebbe ulteriormente definire musica di tutti i generi e di tutti i colori.
41 A proposito di questa citazione, si veda la nota 7 del presente contributo.
A sostegno del suo ricco intreccio drammaturgico questo goliardico spettacolo si servì di brillanti arrangiamenti di celebri musiche in voga, estratti e couplets da operette francesi, viennesi, spagnole e inglesi di grande successo, di popolarissime canzonette da café chantant, canzoni francesi e napoletane, romanze da salotto e stornelli romani.42
42 Per orientarsi nel brioso e frizzante mondo dell’operetta, Oppicelli, Operetta da Hervé; per le romanze da salotto, Sanvitale, Romanza italiana; per le canzoni napoletane e le canzonette da café chantant, Pesce e Stazio, cur. Canzone napoletana.
I titoli delle musiche (imprestiti) della Turlupineide sono stati desunti dai sommari cenni che compaiono nelle brevi didascalie in corsivo sotto i titoletti delle varie scene del copione nelle diverse sue edizioni. Sono stati inoltre ricavati anche dai versi stessi del libretto che richiamano qua e là il brano musicale originale benché modificati, rispetto al testo nativo, in funzione dell’adattamento satirico ai dialoghi del personaggio di turno.
A loro volta, tali spunti orientativi sono stati sottoposti a necessarie integrazioni e loro sviluppo sulla scorta di archivi di risorse, dizionari e manuali specialistici di larga diffusione circa i repertori musicali di ogni genere e forma.43
43 Oltre alle risorse bibliografiche citate supra circa operette, romanze da salotto e canzoni napoletane, tra i testi di riferimento consultati per individuare e dettagliare gli autori e i titoli dei brani musicali di questo fantasmagorico spettacolo, si segnalano almeno: Baldazzi, Canzone italiana; Gelli, cur. Dizionario dell’Opera; Basso, cur. Dizionario Enciclopedico Universale; Salvatori, Dizionario della Canzone.
A titolo esemplificativo, nella didascalia scenica circa i couplets di Mirino si legge Musica: Geisha; circa i couplets del Padrone della Mellonaia il libretto indica un generico Stornello Romano; circa i couplets della scena con protagonista Filippo il Rosso (ovvero Filippo Turati, fondatore del Partito Socialista Italiano) segnala Musica: inno dei lavoratori; per i couplets di Pannicelli Musica: “Nicolà”; nella didascalia dei couplets delle Congressiste precisa Musica: Un tempo i re, nella Madam Angot, e così via per le altre scene.
L’elenco dei brani qui ricostruito in ordine sparso è comunque parziale, sempre in considerazione delle varianti apportate allo spettacolo nelle diverse piazze teatrali.
Per le operette, gli opéras-comiques e le zarzuelas, si attinse a “Quand j’étais roi de Béotie” (Quand’ero re della Beozia), dal II atto di Orphée aux Enfers (Orfeo all’Inferno), operetta francese in due atti del 1858, musica di Jacques Offenbach, su libretto di Hector Crémieux e Ludovic Halévy, nota per lo scatenato can-can (galop infernal); La belle Hélène (La bella Elena), operetta francese in tre atti del 1867, musica di Jacques Offenbach, su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy; Les P’tites Michu (Le piccole Michu), operetta francese in tre atti del 1897, musiche di André Messager, su libretto di Albert Vanloo e Georges Duval; “È scabroso le donne studiar”, settimino da Die lustige Witwe (La vedova allegra), operetta viennese in tre atti del 1905, musica di Franz Lehár, su libretto di Victor Léon e Leo Stein; Der Vogelhändler (Il venditore di uccelli), operetta viennese in tre atti del 1891, musica di Carl Zeller, su libretto di Moritz West e Ludwig Held; Ein Walzertraum (Sogno d’un valzer), operetta viennese in tre atti del 1907, musiche di Oscar Straus,44 su libretto di Felix Dörmann e Leopold Jacobson; Serenata del Boccaccio, da Der Prinz von Palermo (Il principe di Palermo), operetta viennese in tre atti del 1879, musica di Franz von Suppé, su libretto di Friedrich Zell (Camillo Walzel) e Richard Genée; The Geisha. A Story of a Tea House (La geisha. L’istoria di una casa da thé), operetta inglese in tre atti del 1896, musica di Sidney Johnes, su libretto di Howen Halle; “Jadis le rois” (Un tempo i re) e “Quand on conspire” (Coro dei cospiratori), da La Fille de Madame Angot (La figlia di Madama Angot), opéra-comique in tre atti del 1872, musica di Charles Lecocq, su libretto di Charles Clairville, Paul Siraudin e Victor Koning; “La guardia urbana”, da La jolie repasseuse (La bella stiratrice), opéra-comique in tre atti del 1902, musica di Léon Vasseur, su libretto di Paul Burani e Maxime Boucheron; Finale del I atto della Mascotte, opéra-comique di Edmond Audran del 1880, su libretto di Henri Chivot e Alfred Duru, con il celebre “duo des dindons” (duetto dei tacchini); Hans, le joueur de flûte (Hans il suonatore di flauto), opéra-comique in tre atti del 1907, musica di Louis Ganne, su libretto di Maurice Vaucaire e Georges Mitchell; “Terzetto degli ombrelli”, da La Gran Vía, zarzuela in un atto e cinque scene del 1886, musica di Federico Chueca e Joaquin Valverde, su libretto di Felipe Pérez González.
44 Compositore austriaco di operette, colonne sonore e canzoni di cabaret, di musica da camera e corale, il suo vero cognome era Strauss, ma per motivi professionali omise deliberatamente una s finale per non essere confuso con la famiglia degli Strauss più celebri.
Per le canzoni e le romanze da salotto, si attinse, tra le altre, a La Petite Tonkinoise del 1906, musica di Vincent Scotto, parole di Henri Christiné, canzone francese interpretata con enorme successo da Josephine Baker; La Mattchiche, canzone francese di straordinario successo nell’interpretazione di Felix Mayol, testo di Leo e Paolo Lelièvre Briollet, arrangiamento di Charles Borel-Clerc45 di musica in origine composta da Pedro Badia (1903), ispirata al ritmo della maxixe o machicha, canzone-danza spagnola alla moda dal 1870; Lily Kangy, canzone napoletana del 1905, musica di Salvatore Gambardella, versi di Giovanni Capurro, storia di una giovane ragazza che decide di fare la ‘sciantosa’ cambiando il nome da Concetta a Lily Kangy; ’A cammesella, canzone napoletana del 1875, musica di Francesco Melber, versi di Luigi Stellato; Ideale, romanza da salotto del 1883, musica di Francesco Paolo Tosti, versi di Carmelo Errico.
45 Anche editore delle proprie musiche, Charles Borel-Clerc meritò sulla stampa e presso i contemporanei l’appellativo “L’homme aux mille chansons” (L’uomo dalle mille canzoni) per via dello strepitoso successo di numerosi altri suoi brani che fecero seguito alla fortunatissima La Mattchiche.
Si fece anche uso della marcia funebre del IV atto della Jone, dramma lirico in quattro atti del 1858, musica di Errico Petrella, su libretto di Giovanni Peruzzini; del canto popolare del 1876 Mia sposa sarà la mia bandiera, testo e musica di Augusto Rotoli; dell’Inno dei lavoratori46 scritto da Filippo Turati nei primi mesi del 1886, su sollecitazione di Costantino Lazzari; di alcuni popolari stornelli romani, di autore ignoto, come la Ciociara e Gira e fai la rota, canto della malavita dei primi anni del Novecento, assai noto per la strofa che menziona il famoso “scalino” del carcere romano di Regina Coeli:47 “A via de la Lungara ce sta ’n gradino, chi nun salisce quelo [chi non sale quello scalino] nun è romano, e né trasteverino”.
46 Il testo dell’Inno dei lavoratori, in quartine di ottonari, fu pubblicato dapprima sulla rivista milanese La Farfalla, no. 10, 7 marzo 1886, poi sull’organo ufficiale del Partito Operaio Italiano, il giornale milanese Il Fascio Operaio, a. IV, no. 118, 20 e 21 marzo 1886. L’inno ebbe subito una grandissima diffusione e fu tra i più amati dai lavoratori italiani. Di seguito l’incipit e l’explicit del testo: “Su fratelli, su compagne, | su, venite in fitta schiera: | sulla libera bandiera | splende il sol dell’avvenir. | Nelle pene e nell’insulto | ci stringemmo in mutuo patto, | la gran causa del riscatto | niun di noi vorrà tradir” (vv. 1-8); “Se eguaglianza non è frode, | fratellanza un’ironia, | se pugnar non fu follia | per la santa libertà; | Su fratelli, su compagne, | tutti i poveri son servi: | cogli ignavi e coi protervi | il transigere è viltà” (vv. 113-120). Si veda Mattei et al., Inno dei lavoratori.
47 Il celebre carcere è ubicato nel rione Trastevere, al no. 29 di via della Lungara.
Dalla finzione alla realtà
Il celebre drammaturgo Giovacchino Forzano48 nelle proprie memorie49 riferì che nel corso dell’infuocato Congresso Socialista del 1912 un tale Benito Mussolini aveva attaccato violentemente i dirigenti del partito, accusandoli d’averne trascinato l’immagine così in basso da permettere a due scrittori – Simoni con Turlupineide (1908)50 e Forzano con Monopoleone (1911) – di far ridere il pubblico alle loro spalle, e aveva rivolto violenti epiteti all’indirizzo dei rispettivi autori di teatro.51
48 Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883-Roma 1970) fu avvocato, giornalista, drammaturgo, regista e librettista per Puccini, Mascagni, Leoncavallo e altri musicisti.
49 Forzano, Come li ho conosciuti, 161.
50 XIII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano – Reggio Emilia, 8 luglio 1912, stralcio dall’intervento di Benito Mussolini tratto da Resoconto Stenografico: “E volete una prova della nostra rappresentanza parlamentare nell’opinione pubblica? Dieci anni fa, dopo l’ostruzionismo, sarebbe stato possibile ad un Renato Simoni di imbastire la Turlupineide? Voi siete degni della caricatura che sollazza la borghesia. (Applausi)”.
51 I due autori di teatro oggetto degli strali di Mussolini espletarono per molti anni la loro poliedrica attività di giornalisti, librettisti, drammaturghi, registi con più o meno caute prese di distanza o di vicinanza al credo politico del Duce. Renato Simoni sembrò mantenere una posizione neutra o “niccodemica” nei confronti del regime, come osservato da d’Amico, Regina Coeli, 99. Paradossalmente Giovacchino Forzano divenne poi anche coautore teatrale di Mussolini nella scrittura dei drammi storici Campo di maggio (1930), Villafranca (1932) e Cesare (1939).
Avendo pregato un suo amico giornalista di “chiedere soddisfazione”52 a Mussolini (ossia di volerlo sfidare in duello), il giovane Forzano ne ebbe la seguente risposta: “Non è il caso, si tratta di un esaltato senza seguito”.53 Fu una valutazione clamorosamente e drammaticamente smentita dalle vicende che, proprio nel nome e al seguito del futuro Duce, hanno fatto la storia d’Italia della prima metà del Novecento.
52 Forzano, Come li ho conosciuti, 162.
53 Ibid.
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ARCHIVIO FOTOGRAFICO
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Fig. 1
Renato Simoni, Turlupineide (1908), libretto
Fig. 2
Associazione Universitaria Parmense, Stivaliade (1909),
spettacolo goliardico
Fig. 3
La ritirata, vignetta satirica sul tramonto della politica giolittiana. Si ringrazia il Museo Francesco Baracca,
Lugo di Romagna Cartolina, SAM ed./st., Milano
Fig. 4
Gruppo di autorevoli giornalisti e autori teatrali in un interno a Genova nel 1907.
Da sx: Gerolamo Rovetta (1851-1910), Marco Praga (1862-1929), Giannino Antona Traversi (1860-1939), Augusto Novelli (1866-1927), Domenico Oliva (1860-1917), Renato Simoni (1875-1952) e Sabatino Lopez Nunes (1867-1951)
Fig. 5
Vignetta satirica sullo scandalo della Banca Romana, da L’Asino del 1892. Giovanni Giolitti (1842-1928) e Bernardo Tanlongo (1820-1896) intenti a svaligiare la Cassa Pensioni
Fig. 6
Il socialista Filippo Turati (1857-1932), tra i fondatori, a Genova nel 1892,
dell’allora Partito dei Lavoratori Italiani
Fig.7
Il barone Sidney Sonnino (1847-1922) antagonista di Giolitti,
uno dei più autorevoli esponenti del liberalismo italiano
Fig. 8
Ernesto Nathan (1845-1921), primo sindaco di Roma
Fig. 9
La medium Eusapia Palladino (1854-1918) dopo una seduta
Fig. 10
Pietro Mascagni (1863-1945)
Fig. 11
Gabriele D’Annunzio (1863-1938)
Fig. 12
Lina Cavalieri (1874-1944), la più famosa ‘sciantosa’ dell'età giolittiana
Fig. 13
La Mattchiche, canzone-danza spagnola alla moda dal 1870