Turchini Edizioni, 2024. 447 pp.

Compositori europei per le scene napoletane nella seconda metà del Settecento

a cura di Angela Romagnoli e Lucio Tufano

Lilia Flavia Fidenti

Conservatorio di Musica Giovanni Pierluigi da Palestrina, Cagliari

https://orcid.org/0009-0003-8396-1615

Citation

Fidenti, Lilia Flavia. “Compositori europei per le scene napoletane nella seconda metà del Settecento. Turchini Edizioni, a cura di Angela Romagnoli e Lucio Tufano, Turchini Edizioni, 2024”. Muse. Rivista di Musica, Arte, Drammaturgia, Danza e Design, no. 1 (2025): 233-235


Il volume Compositori europei per le scene napoletane nella seconda metà del Settecento, curato da Angela Romagnoli e Lucio Tufano, rappresenta un contributo significativo che si inserisce nel contesto degli studi sulla storia musicale napoletana ed europea. Senz’altro costituisce un tassello originale nell’alveo della musicologia più recente, volta a indagare la circolazione dei saperi e delle pratiche artistiche nell’Europa dell’Ancien Régime.

Da alcuni decenni si cerca di verificare il ruolo di Napoli come uno dei principali centri di produzione, formazione e diffusione culturale. Il pregio principale di questo volume è quello di capovolgere l’immagine della capitale borbonica, tradizionalmente interpretata in una prospettiva ‘centrifuga’, cioè per la sua capacità di formare compositori destinati a brillare nelle capitali musicali del continente (da Londra a Vienna, da Parigi a San Pietroburgo), per concentrarsi invece non sui napoletani in Europa, ma sull’Europa a Napoli.

I diversi contributi delineano una geografia intellettuale e artistica di grande interesse, che mostra come la città non fosse soltanto un luogo di partenza, ma anche un punto d’arrivo e un crocevia di esperienze creative transnazionali. Questo progetto editoriale nasce nell’alveo delle attività scientifiche della Fondazione Pietà de’ Turchini, da anni impegnata in un dialogo fecondo tra ricerca musicologica e prassi esecutiva, e si colloca all’interno della collana Turchini Saggi, ormai riconosciuta come uno dei principali laboratori di approfondimento sulla cultura musicale meridionale in età moderna.

La struttura del volume segue una scansione cronologica e tematica che va dalla metà agli ultimi anni del XVIII secolo, privilegiando un approccio basato su casi monografici. Questa scelta metodologica consente di illuminare fenomeni specifici senza perdere di vista il quadro d’insieme: dalla formazione dei giovani stranieri nei conservatori cittadini alla politica teatrale del San Carlo, dal repertorio del Teatro del Fondo alla ricezione delle novità strumentali e coreutiche.

Particolarmente rilevante è il saggio di Tommasina Boccia, dedicato ai cosiddetti ‘figlioli forastieri’ nei reali conservatori napoletani, che si distingue per l’imponente lavoro di scavo documentario condotto presso l’Archivio Storico del Conservatorio “San Pietro a Majella”. Attraverso registri, suppliche, contratti e documenti bancari, l’autrice restituisce non solo le modalità di accesso degli studenti stranieri, ma anche le dinamiche di selezione e le reti di protezione che favorivano la mobilità musicale. Emergono così figure oggi poco note, dal portoghese Emanuele Marques al maltese Baldassare Balbi, dai francesi Launcy e Aubourg al fiammingo Natale Colson, che contribuiscono a ricostruire un panorama composito e vivace, in cui le istituzioni educative napoletane si configurano come autentici spazi di interscambio europeo.

Nel volume ampio spazio è riservato a Johann Adolf Hasse, il grande operista tedesco che seppe radicarsi stabilmente nel sistema teatrale napoletano. Paola De Simone ne analizza il ruolo di ‘mediatore’ tra il linguaggio metastasiano e la sensibilità partenopea, sottolineando come il suo inserimento al San Carlo non sia stato soltanto un episodio isolato, ma parte di una più ampia dinamica di reciproca contaminazione tra modelli italiani e cultura musicale mitteleuropea. Su un altro versante si collocano gli studi dedicati a Joseph Schuster, compositore tedesco che a Napoli visse una stagione particolarmente feconda: Paologiovanni Maione indaga la sua personale lettura di Metastasio, mentre Steffen Voss focalizza l’attenzione sull’uso della Glasharmonika e di strumenti cristallofoni, dimostrando come la capitale borbonica fosse aperta anche a esperimenti sonori non convenzionali.

Non meno interessanti risultano i saggi dedicati a Franz Xaver Sterkel (Klaus Pietschmann), Ignaz Pleyel (Lorenzo Mattei) e Pëtr Alekseevič Skokov (Davide Pulvirenti). Ognuno di questi studi mette in luce, seppur con esiti diversi, le possibilità e i limiti dell’integrazione di artisti stranieri nel contesto napoletano: dalla fortuna incerta di Sterkel, stimato ma non sempre apprezzato, al dialogo di Pleyel con il repertorio gluckiano, fino al caso emblematico di Skokov, la cui opera Rinaldo fu rifiutata dal pubblico locale, rivelando la complessa dialettica tra innovazione e tradizione. Di particolare rilievo è anche il contributo di Rosa Cafiero, che porta l’attenzione sul Teatro del Fondo e sulla presenza di compositori francesi come Pierre Dutillieu, ampliando il quadro oltre i confini del San Carlo e restituendo un’immagine più policentrica della vita teatrale napoletana.

Il volume non trascura neppure l’ambito coreutico, spesso relegato a ruolo marginale negli studi musicologici. Maria Venuso affronta la questione dei maestri europei di danza al San Carlo, mostrando come il balletto, lungi dall’essere un semplice complemento, fosse parte integrante della complessa macchina spettacolare napoletana. Di grande interesse è anche il saggio di Berthold Over sull’Antigona di Peter Winter (1791), che evidenzia come la solidità della formazione germanica potesse incontrare il gusto partenopeo, dando luogo a esiti di straordinario successo. In chiusura, Mariateresa Dellaborra dedica un approfondimento a Marcos António Portugal e alla sua opera L’inganno poco dura (1796), testimonianza della vitalità degli scambi tra Napoli e la penisola iberica alla fine del secolo.

Dai saggi contenuti nel volume emergono tre aspetti fondamentali: la ricchezza documentaria, con la pubblicazione di materiali inediti di grande utilità per la ricerca (suppliche, contratti, libretti, cronache teatrali); la pluralità di prospettive, grazie al coinvolgimento di studiosi italiani e stranieri che offrono una lettura corale e transnazionale del fenomeno; l’approccio multidimensionale, capace di intrecciare analisi musicali con riflessioni di natura economica, sociale e istituzionale. Ne deriva un mosaico di voci, documenti e interpretazioni che configurano Napoli come un centro internazionale, luogo di ricezione, assimilazione e rielaborazione.

Il volume dimostra in modo convincente che i musicisti europei non furono figure episodiche o marginali, ma autentici agenti culturali, capaci di incidere sulle pratiche locali, adattandosi alle specificità partenopee o introducendo elementi di novità. La Napoli borbonica emerge come un laboratorio di osmosi culturale, in cui le tensioni tra tradizione e innovazione, tra identità locale e stimoli esterni, produssero un linguaggio musicale in continuo movimento.

Dunque, Compositori europei per le scene napoletane nella seconda metà del Settecento si configura come una lettura imprescindibile non soltanto per gli studiosi del Settecento musicale, ma, più in generale, per chi si interessa ai processi di scambio culturale nell’Europa moderna. L’auspicio, come gli stessi curatori lasciano intendere, è che questo lavoro apra la strada a ulteriori indagini, capaci di riportare alla luce figure ancora in ombra e di consolidare un approccio comparativo alla storia musicale del Settecento europeo.