Review | Onegin - Carsen (A. Ficarella)
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L’Onegin di Robert Carsen: un ‘classico’ del Regietheater al Teatro dell’Opera di Roma

«Amico mio – dice il compositore – nell’opera deve aver luogo un’influenza visibile di nature superiori su di noi e davanti ai nostri occhi deve schiudersi un mondo romantico, nel quale anche il linguaggio sia maggiormente potenziato, anzi tolto da quel regno remoto, sia cioè musica, canto, e in cui azione e situazione […] ci avvincano e ci trascinino irresistibilmente». Così scriveva nel 1813 E.T.A. Hoffmann nel suo dialogo Poeta e compositore. È un auspicio sempre valido quello di Hoffmann (che parlava del teatro di Mozart) e che spiega l’affezione del pubblico al melodramma e il suo valore formativo anche a distanza di secoli: fare teatro attraverso la musica significa trovare una ulteriore, più profonda verità nei personaggi, nel testo poetico, nell’azione drammatica.

Questo è ciò che avviene o dovrebbe avvenire anche nel Regietheater: le regie ‘autoriali’, in cui l’opera non è più solo dei cantanti (la Sängeroper), ma è, appunto, teatro e il regista diventa uno ‘storyteller’ che ci svela il senso più profondo di ciò che accade nell’opera. Il Regietheater è ormai quasi ‘normalizzato’ anche in Italia e raramente suscita dissensi. Il pericolo, al contrario, è che le trovate registiche (specie quelle ‘attualizzanti’) dopo essere diventate un genere diventino ‘maniera’ e routine. La routine, però, logora e svuota di significato l’esperienza estetica. Gli spettacoli di maniera, pertanto, non durano nel tempo.

Astrazione e intimismo per i tormenti interiori di Onegin e Tat’jiana

Non è questo il caso della regia di Robert Carsen dell’Evgenij Onegin di Čajkovskij, diventata ormai un classico, un ‘evergreen’ accolto con tripudio generale in tutti i teatri in cui viene rappresentato. È quello che è successo anche al Teatro dell’Opera di Roma, dove lo spettacolo è stato in cartellone dal 18 al 29 febbraio, con la direzione d’orchestra tersa e limpida di James Conlon, le scene e i costumi di Michael Levin, le luci di Jean Kalman, la coreografia di Serge Bennathan e le voci (ma sarebbe meglio parlare di interpreti e attori, vista l’ottima recitazione e la sensibilissima articolazione del canto) di Maria Bayankina (Tat’jana), Yulia Matochkina (Ol’ga), Markus Werba (Onegin), Samir Pirgu (Lenskij).

L’allestimento di Carsen creato nel 1997 per il Metropolitan Opera di New York conta ormai ventitré anni. È stato riproposto dallo stesso teatro nel 2007 (con Dmitri Hvorostovski e Renée Fleming) e un anno dopo rappresentato dalla Canadian Opera Company. È tornato nel 2018 a Toronto e in questa stagione a Roma ed esercita ancora un grande fascino. Come è stato spesso detto, Carsen lavora per ‘sottrazione’, l’economia di mezzi espressivi è la sua cifra stilistica. Nel caso dell’Onegin i tronchi delle betulle e il suolo coperto di foglie colorate disegnano la pacifica campagna russa, e qualche mobile elegante suggerisce che l’azione si svolge in una sala da ballo della capitale dell’impero. Come in un dipinto di Mondrian, poche linee e alcuni colori determinano i significati: decisivo il contributo del light designer Kalman alla riuscita dello spettacolo. L’allestimento risulta così asciutto, austero e astratto. Le luci disegnano le vite e i destini di Onegin, Tat’jana, Lenskij e Ol’ga, in un percorso dal caldo color arancione del primo quadro al grigio perlaceo dell’ultimo.

Una Werktreue estetica

Qual è infine il segreto dell’eterna giovinezza dello spettacolo di Carsen? È la fedeltà estetica al significato dell’opera (la Werktreue), ricercato anche attraverso un lavoro di scavo ermeneutico delle fonti. Ce lo dice il regista stesso: la chiave per la presa emotiva della musica è capire che cosa significava il libretto per il compositore, perché ha voluto creare un paesaggio sonoro attorno a una vicenda particolare. Nel caso dell’Onegin di Čajkovskij, Carsen sostiene di aver provato a trovare una soluzione poetica a un’opera profondamente emotiva e personale per il compositore russo, conscio di scrivere nella sua epoca un lavoro poco ‘melodrammatico’ e molto lirico. La soluzione poetica di Carsen contempla tuttavia il recupero dell’asciuttezza e del distacco critico del lavoro originale di Puskin che ispirò Čajkovskij. Il risultato è l’emersione della figura del protagonista maschile, a volte in secondo piano rispetto al ruolo femminile. L’astrattezza della scena enfatizza i tortuosi percorsi interiori di Onegin, tutta la sua angoscia di anima tormentata da un demone, che ha forse contagiato per sempre anche Tat’jana: è lei che alla fine dominando i suoi sentimenti per Onegin, si salva da un legame probabilmente distruttivo ma rinuncia alla vita e al ‘veleno’ del desiderio.

Anna Ficarella

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