Saggi

Il linguaggio del corpo: tra oratore e attore

Gianenrico Manzoni

Abstract


Fedeltà alla tradizione ciceroniana, ma, insieme, inserimento di qualche parziale, occasionale differenza: questa la posizione di Quintiliano sulle caratteristiche dell’actio, termine che egli usa senza differenze da pronuntiatio, seguendo Cicerone ma distinguendosi dagli autori precedenti al modello di Arpino. Ma in entrambi gli autori emerge la volontà di distinguere l’actio dell’attore da quella dell’oratore: con netta preferenza per la figura professionale di quest’ultimo. L’attore, che soggiace a una condanna morale perché della verità è solo imitatore, mira a un’alterazione pesante della realtà, mentre l’oratore tende a un’imitazione leggera: è imitatore della vita vera. L’oratore infatti non deve imitare gli attori e la loro effeminatezza, ma deve tendere a un’actio virile, appresa dalla palestra o dalla piazza d’armi dei soldati. Sono presi in esame per questo confronto, oltre al trattato di Quintiliano, soprattutto i passi del De oratore ciceroniano, e occasionalmente delle altre opere di retorica, dove l’actio viene definita, sul modello di Demostene, come la prima, ma contemporaneamente anche come la seconda e la terza dote dell’oratore.

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DOI: https://doi.org/10.13130/2282-0035/9359

NBN: http://nbn.depositolegale.it/urn%3Anbn%3Ait%3Aunimi-22281

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ACME - Annali della Facoltà di Studi Umanistici dell'Università degli Studi di Milano

ISSN: 0001-494X

eISSN: 2282-0035


Edizione a stampa a cura di Ledizioni

 

 

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