Attraverso musei di celluloide: rovesciare lo sguardo

Autori

  • Alessandro Uccelli Musei Reali di Torino

DOI:

https://doi.org/10.13130/2282-0035/15697

Abstract

Nell’età dell’esperienza cinematografica immersiva e digitale ha ancora senso parlare di due brevi film di 70 anni fa, in bianco e nero, che furono concepiti con l’idea di raggiungere il più vasto pubblico possibile e magari, parola che oggi suona fortissima, educarlo? Carpaccio e Caravaggio, di Umberto Barbaro e Roberto Longhi, concepiti tra il 1947 e il 1948, nel pieno della Ricostruzione, sono due pezzi esemplari di un capitolo potenziale del cinema italiano del dopoguerra, che ha poi imboccato altre strade, ha visto affermarsi altre linee politiche e teoriche, e non semplicemente i frutti del capriccio di un grande storico dell’arte e prosatore inarrivabile, aiutato da un amico colto e pieno di risorse che lavora nel mondo del cinema. I due film sono ridiscussi nel contesto del “cinema breve” degli anni ’40 e ’50, considerando anche il rapporto con lo spettatore, e, per questo, confrontati con un esempio sovietico più tardo, Vzgljanitje na litso (1966), di Pavel Kogan, che tematizza la relazione tra il pubblico e la leonardesca Madonna Litta, rovesciando lo sguardo della macchina da presa verso i fruitori dell’opera d’arte, aprendo a un controcampo della pittura che è forse simile a quello immaginato da Barbaro e Longhi.

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Pubblicato

2021-06-04

Fascicolo

Sezione

Attorno al restauro del Cenacolo vinciano nella Milano della ricostruzione