Melchiorre, Severino e l’interpretazione di Leopardi
DOI:
https://doi.org/10.54103/mde.i13.1.32196Parole chiave:
Virgilio Melchiorre, Emanuele Severino, Gustavo Bontadini, Giacomo Leopardi, illusioni, nullaAbstract
Nel contesto del pluridecennale dialogo tra Virgilio Melchiorre ed Emanuele Severino intorno all’eredità del comune maestro Gustavo Bontadini, c’è forse una pagina meno nota, di cui sono stato testimone diretto. Mi riferisco al dialogo a distanza tra i due intorno all’interpretazione di Giacomo Leopardi. Se Severino vedeva nel presunto nichilismo leopardiano «la forma più profonda e più avanzata del pensiero dell’Occidente» (E. Severino, Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, Rizzoli, Milano 1997, p. 25), Melchiorre riteneva piuttosto che il “nulla” leopardiano dovesse essere inteso – per riprendere le parole di uno dei suoi ultimi lavori – nel senso di un ni-ente che annuncia “un senso pieno dell’essere: (…) la potenza originaria di un assoluto principio, che la tradizione dell’Occidente ha inteso, sin dall’inizio, sotto il nome di Lógos.” (V. Melchiorre, Essere persona. Natura e struttura, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano 2007, p. 195). In questo contributo intendo ricostruire l’essenziale delle due letture.
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