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Rivista di Classe A per i settori scientifici 10/PEMM-01 e 14/GSPS-06 del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali diretta da Anna Monteverdi e Laura Gemini sul rapporto tra tecnologia, arte visiva e teatro in un'ottica di artivism. Si ispira alla pratica tecno-politica di Giacomo Verde .

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Ultimo numero

N. 10Miscellanea III

Pubblicato dicembre 31, 2025

Descrizione del fascicolo

Il numero 10 di Connessioni Remote (2025) si configura come una miscellanea che nasce dalla volontà di mettere in relazione differenti ricerche interdisciplinari sulle trasformazioni dell’arte, della performance e dei media nel presente. In linea con lo sguardo che da sempr ... Guarda il fascicolo completo

Fascicolo completo

Saggi per la call-sezione sottoposta a peer review

  1. Interferenze artiviste nel capitalismo della sorveglianza. Il caso di MyceliumMinds

    Questo articolo esamina MyceliuMinds, un progetto artistico ideato da Matteo Domenichetti e curato da Milovan Farronato, interpretandolo come un caso di artivismo digitale volto a mettere in discussione le forme di socialità e di potere che strutturano l’ecosistema algoritmico delle piattaforme social. Presentato nel 2022 alla Casa degli Artisti di Milano, il progetto si articola in una trilogia video e in una performance partecipativa – lo Swinging Club – nella quale gli utenti si scambiano i propri profili Instagram per sperimentare nuove forme di coabitazione nello spazio digitale. La ricerca si basa sull’analisi dei materiali visivi e testuali del progetto, nonché su una serie di interviste condotte con l’autore, il curatore e lə partecipanti coinvoltə nella performance. L’indagine si è concentrata sulla ricostruzione delle reti di persone, collaborazioni e materiali che hanno reso possibile il progetto, e sull’esame delle modalità con cui il lavoro è stato recepito e discusso su Instagram, con particolare attenzione agli effetti prodotti all’interno di specifiche comunità digitali. La ricerca mostra come le pratiche di artivismo digitale possano aprire spazi di agency e di riflessione collettiva, suggerendo nuove modalità di convivenza e di immaginazione politica all’interno delle piattaforme social.

  2. The Algorithm Made a Musical. Performing Ratatouille on TikTok’s Virtual Stage: Performing Ratatouille on TikTok’s Virtual Stage

    La crescente presenza di piattaforme algoritmiche nella vita quotidiana richiede una riconsiderazione di cosa significhi oggi essere creativi, e di come le audience entrino in contatto con prodotti creativi: creators professionisti e amatoriali devono affrontare la sfida di intrattenere un pubblico potenzialmente illimitato, inserito in un feed infinito e curato algoritmicamente. Questo articolo prende in considerazione il caso di studio Ratatouille: The Musical, un progetto (principalmente) amatoriale nato su TikTok durante gli anni della pandemia, per indagare le logiche di produzione e circolazione di produzioni culturali all’interno di piattaforme basate sul principio della visibilità algoritmica. Attraverso questo esempio, si esplora il ruolo degli algoritmi di raccomandazione nella popolarizzazione del fenomeno e si indaga come le algorithmically imagined audiences (Jones, 2023) partecipino attivamente al suo sviluppo. Si ridefinisce, inoltre, il concetto di liveness, tradizionalmente legato alla performance teatrale, osservando la sua evoluzione in contesti digitali, asincroni e mediati dagli algoritmi. Collocando Ratatouille: The Musical all'interno di questi quadri concettuali, l'articolo evidenzia che TikTok non svolge una funzione di semplice distribuzione di contenuti, ma opera in quanto spazio di attivazione di inedite produzioni culturali e performance networked.

  3. Memoria e decolonizzazione algoritmica. Le soggettività postume nell’artivismo di Stephanie Dinkins

    Il contributo analizza la memoria come pratica di resistenza all’interno del capitalismo delle piattaforme, dove la produzione e l’archiviazione dei dati diventano strumenti di controllo e diseguaglianza epistemica. Nella prima parte, il saggio esplora come l’intelligenza artificiale, lungi dall’essere neutrale, rifletta e amplifichi le strutture di potere del capitalismo cognitivo, producendo forme di colonizzazione algoritmica (Noble, 2018; Crawford, 2021). In questa prospettiva, la memoria non è più un deposito neutro, ma un campo di lotta simbolica: la sua decolonizzazione implica il ripensamento dei data set, delle gerarchie di conoscenza e delle narrazioni che essi incorporano. La seconda parte è dedicata al lavoro dell’artista afroamericana Stephanie Dinkins, che attraverso progetti come Not the Only One utilizza l’intelligenza artificiale per restituire voce e memoria alle comunità afrodiscendenti. La sua pratica artivista costruisce contro-archivi per dare vita a soggettività sintetiche postume dotate di agentività, proponendo un uso situato e affettivo dei dati come forma di digital memory activism. Dinkins pratica processi di riappropriazione della tecnologia per sovvertire le logiche estrattive dei sistemi algoritmici e per generare un immaginario decolonizzato dell’intelligenza artificiale.

  4. Cyborgs and Core Dump: Disrupting Recursive Colonialism through the Work of François Knoetze: Disrupting Recursive Colonialism through the Work of François Knoetze

    Il paper propone una lettura critica dell’opera audio-visiva Core Dump (2018–2019) di François Knoetze come dispositivo estetico che interroga le genealogie coloniali e razziali dell’immaginario tecnologico moderno. Articolata in quattro capitoli situati lungo la filiera globale della tecnologia, l’opera mette in tensione la presunta linearità del progresso e attiva, attraverso la metafora informatica del core dump, una riflessione sui potenziali “punti di ripristino” da cui riarticolare la temporalità coloniale. Muovendo dal concetto di «colonialismo ricorsivo» del Critical Computation Bureau (2021), il paper mostra come Core Dump costruisca una genealogia coloniale della macchina, inscrivendo il corpo nero razzializzato nel cuore stesso della tecnicità moderna e mettendo in discussione la razionalità servo-strumentale che informa l’epistemologia moderna nella sua declinazione tecnica (Atanasoski, Vora 2019). Attraverso l’analisi delle figure cyborg che emergono nei video, l’articolo evidenzia come l’opera sovverta la relazione servo/padrone e prefiguri un'alleanza tra soggettività razzializzate e oggetti tecnici.La tecno-poetica di Knoetze pone così in crisi la struttura ricorsiva dell’epistemologia razziale moderna e opera come prefigurazione di futuri tecnologici postcoloniali, nei quali la tossicità e i residui materiali della modernità tecnologica si convertono in possibilità di liberazione e di ridefinizione delle categorie di umano.

  5. OTT platforms as heterotopic media environments. Cultural implications of the disempowerment of audiences: Cultural implications of the disempowerment of audiences

    Questo studio si propone di indagare il progressivo deterioramento della natura bottom-up di Internet e le sue conseguenze culturali e politiche, affrontando il tema delle piattaforme OTT attraverso la nozione di eterotopia. Questo approccio si fonda sull’idea foucaultiana di uno spazio connesso a tutti gli altri spazi in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire le relazioni che essi definiscono. Inoltre, incorpora l’applicazione di Burgin di questo concetto agli studi sui media, descrivendo come film o frammenti cinematografici spostati e circolanti in diversi spazi mediatici portino con sé la loro specifica temporalità. Da questa prospettiva, le piattaforme OTT possono essere analizzate in quanto ambienti mediali eterotopici per due ragioni principali. In primo luogo, esse incorporano contenuti provenienti dal cinema e dalla televisione, creando uno spazio in cui anche gli artefatti “nativi” della piattaforma – gli Originals – sono comunque derivati da contesti mediali. In secondo luogo, le OTT riproducono dinamiche tipiche dei media tradizionali all’interno del web, reintegrando abitudini di fruizione legate al contesto del broadcasting e impedendo un’interazione esplicita sia con i contenuti sia tra gli utenti. Se si confronta questo scenario con modelli alternativi, in particolare le architetture p2p, emergono chiare conseguenze per il ruolo culturale del pubblico. Infatti, all’interno di queste eterotopie, gli utenti sono relegati al ruolo di consumatori passivi, esclusi dai processi che contribuiscono alla costruzione della cultura, in quanto non fanno parte di una struttura che consente loro di determinare cosa meriti di essere diffuso e conservato.

  6. Trasportare i classici nella contemporaneità. Il linguaggio di confine tra teatro e cinema di Christiane Jatahy e Katie Mitchell

    Questo articolo mette in relazione due registe della scena internazionale che hanno fatto della commistione di teatro e cinema la loro cifra stilistica, Christiane Jatahy e Katie Mitchell. In particolare si analizzerà come attraverso i due linguaggi esse riescano a innovare le dinamiche narrative anche nella messinscena di testi classici, riattivando nuclei tematici e facendoli dialogare con la contemporaneità, nella modalità di narrazione e di fruizione. Per entrambe le autrici si indagherà come l’uso di un montaggio cinematografico in scena modifichi sia la temporalità del racconto, sia la sua costruzione spaziale, innescando molteplici possibilità narrative che si intersecano in scena. Partendo da dinamiche similari nell’utilizzo di un linguaggio ibrido, di frontiera, in cui la grammatica filmica si inserisce nella scena teatrale, si evidenzieranno risultati, effetti estetico/narrativi e meccanismi significanti differenti, in grado però, in entrambi i casi, di aprire la fruizione del pubblico a nuove prospettive.

  7. Voce, corpo, identità. Il potenziale politico della voce cantata

    Il presente elaborato è parte di un’indagine da me condotta sul fenomeno vocale, improntata ad una valorizzazione e ad una risignificazione delle potenzialità politico-identitarie della voce cantata. Come reazione alla tradizionale supremazia della parola e all’egemonia del discorso, la scelta di utilizzare, nello specifico, la voce cantata come orizzonte di riferimento della mia analisi riflette il desiderio di emancipare la voce dal suo statuto ancillare di mero medium del linguaggio, per rivendicarne, invece, le sue più proprie potenzialità. L’orizzonte disciplinare entro cui si colloca questa ricerca è chiaramente quello dei Voice Studies, cui ho affiancato però alcune prospettive desunte dai Gender Studies e dai Queer Studies, tentando di realizzarne una prolifica sintesi cooperativa. L’intento di questo lavoro non è infatti quello di fornire un’ambiziosissima trattazione esaustiva del fenomeno vocale, quanto più quello di proporre in serie, attingendo a piene mani dall’orizzonte disciplinare dei Voice Studies, quei contributi che hanno delineato caratteristiche del fenomeno vocale funzionali a disvelarne implicite potenzialità espressivo-identitarie. Partirò dunque dal recupero della materialità vocale suggerito e auspicato da Roland Barthes, affiancandogli successivamente i preziosi contributi delle filosofe femministe Adriana Cavarero e Ann J. Cahill e dell’etnomusicologa Katherine Meizel, che hanno parlato rispettivamente di unicità/pluralità della voce, intervocalità e multivocalità come caratteristiche identitarie intrinseche al fenomeno vocale.

  8. Artists Residence as Spaces of Resistance and Catalysts for Social Transformation: The Case of Dies Irae: The Case of Dies Irae

    Questo contributo indaga il ruolo e il potenziale trasformativo delle residenze artistiche (Artists-in-Residence, AiR), intese come spazi liminali capaci di resistere alle logiche produttivistiche dello spettacolo contemporaneo e di sperimentare nuove modalità di relazione, creazione e coinvolgimento comunitario. Le residenze non sono concepite soltanto come luoghi di ricerca e creazione, ma come veri e propri laboratori di condivisione e co-creazione, in cui la corporeità e l’agency delle/i partecipanti assumono una funzione costitutiva sia nel processo artistico che in quello sociale. La ricerca prende avvio dal caso di studio Dies Irae. Concerto per donne e martelli, una residenza intensiva di sette giorni svoltasi presso L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, condotta dalla performer Gloria Dorliguzzo insieme al musicista Gianluca Feccia. Il progetto ha coinvolto un gruppo di donne in un’esperienza immersiva tra movimento e suono, orientata all’ascolto reciproco e alla creazione di una comunità temporanea. L’indagine si concentra sugli impatti trasformativi dei processi artistici partecipativi e sulle trasformazioni che emergono nelle relazioni tra artisti, partecipanti e processi creativi, mostrando come l’ecosistema della residenza favorisca nuove configurazioni di ruoli, poteri e pratiche condivise. L’approccio etnografico integra osservazione diretta, interviste, focus group e diari digitali via WhatsApp, delineando un’ecologia metodologica capace di cogliere percezioni, dinamiche collettive e processi riflessivi nei contesti performativi partecipativi.

     

  9. Sound as healing. Trauma of the diaspora and community-based listening in Joe Sannicandro’s performance in Colle Sannita (BN): Trauma of the diaspora and community-based listening in Joe Sannicandro's performance in Colle Sannita (BN)

    Il nostro paper intende indagare le potenzialità delle pratiche artistiche co-progettate con le comunità delle aree rurali nello stimolare la riflessione collettiva sul trauma della diaspora. Nello specifico, adottando la metodologia della ricerca-azione e il framework teorico del welfare culturale, il paper si è focalizzato sull’analisi della residenza artistica del performer italo-americano Joe Sannicandro nel borgo rurale di Colle Sannita (Benevento). Lo studio ha consentito di far emergere come, attraverso la pedagogia dell'ascolto, l'esperienza di Joe Sannicandro ha contribuito alla riappropriazione simbolica del territorio, in qualche modo colmando metaforicamente il dolore, causato dal trauma della diaspora connesso all'emigrazione di massa e allo spopolamente delle aree rurali.

  10. Elementi (fotografici) intorno al senso del luogo. Comunicazione, visibilità, patrimoni e bellezza dell’Università Italiana

    Il saggio esplora il ruolo del patrimonio universitario come dispositivo comunicativo capace di generare valore simbolico, attivare processi di rappresentazione e aprire nuovi spazi di riflessione pubblica. L’università, tradizionalmente narrata attraverso stereotipi mediatici o immagini istituzionali convenzionali, può diventare invece un laboratorio di comunicazione patrimoniale critica, nel quale la fotografia svolge una funzione non solo documentale e narrativa, ma anche performativa e trasformativa. Attraverso riferimenti teorici ampi e interdisciplinari, e mediante il confronto con esperienze visive come il Viaggio in Italia di Ghirri o le campagne pubblicitarie di Toscani, il contributo mostra come gli spazi accademici possano essere riletti come luoghi di tensione estetica, pluralismo semantico e “dissenso visivo”. L’immagine diventa così detonatore di senso e strumento di mediazione civica, capace di generare dialogo, riattivare l’immaginario collettivo e riconfigurare il sapere come bene comune.

  11. Necroscritture della performance. Disarmo epistemico e territori dell’abbandono

    Il contributo indaga la ricerca artistica performativa come pratica critica per interrogare il Mediterraneo contemporaneo nei suoi dispositivi necropolitici, con particolare attenzione ai territori dell’Italia centro-meridionale e delle aree interne. Attraverso l’intreccio di Performance Studies, teorie post- e decoloniali e prospettive neomaterialiste, la riflessione si articola intorno a tre nozioni cardine: la necropolitica, nel senso proposto da Achille Mbembe, come esercizio della sovranità sulla vita e sulla morte; le necroscritture, secondo Cristina Rivera Garza, come forme di scrittura attraversate dalle morti inquiete e dai residui dell’umano; e il disarmo epistemico, come sospensione delle epistemologie dominanti e apertura a una conoscenza medianica, relazionale e trans-corporea. Attraverso l’analisi di tre lavori — The Last Lamentation di Valentina Medda, Attuning to / Resonating with (Sulcis) di Nicola Di Croce e Body Farm di Silvia Rampelli — il testo evidenzia come la performance, nelle sue posture di sottrazione e impermanenza, elabori pratiche di sintonizzazione e di decomposizione capaci di interrogare i regimi necropolitici che attraversano il Mediterraneo. La ricerca approda alla definizione del disarmo come pratica epistemica, metodologica ed estetica: gesto di spoliazione e di unlearning (Spivak), che sospende la volontà rappresentativa per aprire spazi di comunanza, riparazione e riemersione del più-che-umano.

L'arte è inutile come una cannuccia annodata

  1. Un Amleto di Plastica e Fango. “SONS: SER O NO SER” – La Fura dels Baus (Recensione)

    L’articolo analizza SONS: SER O NO SER de La Fura dels Baus come rilettura post-drammatica e immersiva dell’Amleto shakespeariano. Attraverso un’analisi della drammaturgia frammentata, dell’apparato tecnologico e delle strategie di coinvolgimento dello spettatore, il contributo evidenzia come lo spettacolo trasformi il dilemma amletico “essere o non essere” in una questione eminentemente politica ed esistenziale, strettamente legata alle condizioni del contemporaneo: capitalismo, collasso climatico, sovraesposizione mediatica e crisi dell’identità. L’interazione con il pubblico viene interpretata come dispositivo di responsabilizzazione collettiva, più che come reale agency partecipativa. Ne emerge un teatro che rinuncia allo shock provocatorio per farsi strumento di autoanalisi socio-culturale, interrogando lo spettatore sul proprio ruolo di “figlio” e co-responsabile del presente.