Il successo italiano di Philip Roth nell’officina traduttiva di Vincenzo Mantovani
DOI:
https://doi.org/10.54103/2035-7680/30169Parole chiave:
Philip Roth; Vincenzo Mantovani; letteratura tradotta; traduzione e lavoro editorialeAbstract
Per il pubblico dei lettori italiani di Philip Roth, Vincenzo Mantovani – con diciotto volumi tradotti, quasi in esclusiva a partire dalla ‘rinascita’ rappresentata da Pastorale americana (1998) – è pressoché sinonimo della voce nella penisola del romanziere americano. Questo largo successo è stato molto per tempo accompagnato da un’attenzione critica assai diversificata nel metodo, negli obiettivi e nel linguaggio (Masiero, Simonetti, Manera Sambuy, Samerini per fare solo alcuni nomi). Una perlustrazione del maestoso archivio del suo più prolifico traduttore consente di approfondire da un punto di vista sino ad oggi insolito l’inevitabile e irresistibile ascesa del grande scrittore statunitense con un taglio largo sia cronologico – documentando la lunga fedeltà del traduttore-intellettuale, che segue il suo coetaneo, e ne scrive, sin dagli anni Sessanta – sia autoriale, nel contesto di un impegno critico e di lettura sessantennale quasi ‘principesco’ per qualità, e all’interno del quale la voce ‘italiana’ di Roth interagisce con altre dimensioni del romanzo angloamericano novecentesco e duemillesco, dai grandi classici (Hemingway, Faulkner, Henry Miller), a maestri contemporanei (Vonnegut, Bellow, Malamud, Rushdie), a scrittori sottovalutati (Gaddis), ad altri nomi del firmamento narrativo d’oltreoceano (Richard Ford, Louise Erdrich). Un traduttore-scrittore-critico, Mantovani, che ha volto con successo in italiano Roth nell’ambito di un’operazione assai più ampia di dialogo interculturale.
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Riferimenti bibliografici
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