Editoriale - Le forme dell’arte e dell’artivismo tra piattaforme digitali, residenze artistiche e territori
Editoriale del N. 10 di Connessioni Remote. Artivismo_Teatro_Tecnologia
Rivista di Classe A per i settori scientifici 10/PEMM-01 e 14/GSPS-06 del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali diretta da Anna Monteverdi e Laura Gemini sul rapporto tra tecnologia, arte visiva e teatro in un'ottica di artivism. Si ispira alla pratica tecno-politica di Giacomo Verde .
Il numero 10 di Connessioni Remote (2025) si configura come una miscellanea che nasce dalla volontà di mettere in relazione differenti ricerche interdisciplinari sulle trasformazioni dell’arte, della performance e dei media nel presente. In linea con lo sguardo che da sempr ... Veure el número complet
Editoriale del N. 10 di Connessioni Remote. Artivismo_Teatro_Tecnologia
Questo articolo esamina MyceliuMinds, un progetto artistico ideato da Matteo Domenichetti e curato da Milovan Farronato, interpretandolo come un caso di artivismo digitale volto a mettere in discussione le forme di socialità e di potere che strutturano l’ecosistema algoritmico delle piattaforme social. Presentato nel 2022 alla Casa degli Artisti di Milano, il progetto si articola in una trilogia video e in una performance partecipativa – lo Swinging Club – nella quale gli utenti si scambiano i propri profili Instagram per sperimentare nuove forme di coabitazione nello spazio digitale. La ricerca si basa sull’analisi dei materiali visivi e testuali del progetto, nonché su una serie di interviste condotte con l’autore, il curatore e lə partecipanti coinvoltə nella performance. L’indagine si è concentrata sulla ricostruzione delle reti di persone, collaborazioni e materiali che hanno reso possibile il progetto, e sull’esame delle modalità con cui il lavoro è stato recepito e discusso su Instagram, con particolare attenzione agli effetti prodotti all’interno di specifiche comunità digitali. La ricerca mostra come le pratiche di artivismo digitale possano aprire spazi di agency e di riflessione collettiva, suggerendo nuove modalità di convivenza e di immaginazione politica all’interno delle piattaforme social.
The increasing presence of algorithmic platforms within daily life calls for a reconfiguration of how people create, and how audiences engage with creativity: both professional and amateur creators must now navigate the challenge of performing for a potentially limitless audience embedded within an endless, algorithmically curated feed. This article examines Ratatouille: The Musical, a (mostly) crowd-sourced project born out of pandemic-fuelled boredom on TikTok, as a case study of cultural production on a platform structured by algorithmic visibility. We use this to understand the role that recommendation algorithms play in the popularisation of a given phenomenon, as well as how algorithmically imagined audiences (Jones, 2023) can participate in the development of a project. Moreover, we interrogate the concept of liveness, traditionally tied to co-present theatrical performance, to question how it might be redefined within digital, asynchronous, and algorithmically mediated contexts. By situating Ratatouille: The Musical within these intersecting frameworks, the article highlights how TikTok functions not merely as a platform for dissemination, but as a site of emergent, networked forms of performance and cultural production.
Il contributo analizza la memoria come pratica di resistenza all’interno del capitalismo delle piattaforme, dove la produzione e l’archiviazione dei dati diventano strumenti di controllo e diseguaglianza epistemica. Nella prima parte, il saggio esplora come l’intelligenza artificiale, lungi dall’essere neutrale, rifletta e amplifichi le strutture di potere del capitalismo cognitivo, producendo forme di colonizzazione algoritmica (Noble, 2018; Crawford, 2021). In questa prospettiva, la memoria non è più un deposito neutro, ma un campo di lotta simbolica: la sua decolonizzazione implica il ripensamento dei data set, delle gerarchie di conoscenza e delle narrazioni che essi incorporano. La seconda parte è dedicata al lavoro dell’artista afroamericana Stephanie Dinkins, che attraverso progetti come Not the Only One utilizza l’intelligenza artificiale per restituire voce e memoria alle comunità afrodiscendenti. La sua pratica artivista costruisce contro-archivi per dare vita a soggettività sintetiche postume dotate di agentività, proponendo un uso situato e affettivo dei dati come forma di digital memory activism. Dinkins pratica processi di riappropriazione della tecnologia per sovvertire le logiche estrattive dei sistemi algoritmici e per generare un immaginario decolonizzato dell’intelligenza artificiale.
The paper offers a critical reading of François Knoetze’s audiovisual work Core Dump (2018–2019) as an aesthetic device that interrogates the colonial and racial genealogies underpinning the modern technological imaginary. Structured into four chapters situated along the global supply chain of technological production, Core Dump unsettles the presumed linearity of progress and, through the computational metaphor of the core dump, activates a reflection on alternative “restore points” from which colonial temporality might be reconfigured. Drawing on the Critical Computation Bureau’s notion of “recursive colonialism” (2021), the paper shows how Core Dump constructs a colonial genealogy of the machine, inscribing the racialized Black body at the very core of modern technicity and challenging the servo-instrumental rationality that grounds modern epistemology in its technical articulation (Atanasoski and Vora 2019). Through an analysis of the cyborg figures emerging across the videos, the article highlights the ways in which the work subverts the master/slave relation and imagines unsettling alliances between racialized subjectivities and technical objects. Knoetze’s technopoetics thus destabilizes the recursive structure of modern racial epistemology and operates as a prefiguration of postcolonial technological futures–futures in which the toxicity and material waste of technological modernity are transformed into possibilities for liberation and for a renewed conceptualization of the human.
Questo studio si propone di indagare il progressivo deterioramento della natura bottom-up di Internet e le sue conseguenze culturali e politiche, affrontando il tema delle piattaforme OTT attraverso la nozione di eterotopia. Questo approccio si fonda sull’idea foucaultiana di uno spazio connesso a tutti gli altri spazi in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire le relazioni che essi definiscono. Inoltre, incorpora l’applicazione di Burgin di questo concetto agli studi sui media, descrivendo come film o frammenti cinematografici spostati e circolanti in diversi spazi mediatici portino con sé la loro specifica temporalità. Da questa prospettiva, le piattaforme OTT possono essere analizzate in quanto ambienti mediali eterotopici per due ragioni principali. In primo luogo, esse incorporano contenuti provenienti dal cinema e dalla televisione, creando uno spazio in cui anche gli artefatti “nativi” della piattaforma – gli Originals – sono comunque derivati da contesti mediali. In secondo luogo, le OTT riproducono dinamiche tipiche dei media tradizionali all’interno del web, reintegrando abitudini di fruizione legate al contesto del broadcasting e impedendo un’interazione esplicita sia con i contenuti sia tra gli utenti. Se si confronta questo scenario con modelli alternativi, in particolare le architetture p2p, emergono chiare conseguenze per il ruolo culturale del pubblico. Infatti, all’interno di queste eterotopie, gli utenti sono relegati al ruolo di consumatori passivi, esclusi dai processi che contribuiscono alla costruzione della cultura, in quanto non fanno parte di una struttura che consente loro di determinare cosa meriti di essere diffuso e conservato.
Questo articolo mette in relazione due registe della scena internazionale che hanno fatto della commistione di teatro e cinema la loro cifra stilistica, Christiane Jatahy e Katie Mitchell. In particolare si analizzerà come attraverso i due linguaggi esse riescano a innovare le dinamiche narrative anche nella messinscena di testi classici, riattivando nuclei tematici e facendoli dialogare con la contemporaneità, nella modalità di narrazione e di fruizione. Per entrambe le autrici si indagherà come l’uso di un montaggio cinematografico in scena modifichi sia la temporalità del racconto, sia la sua costruzione spaziale, innescando molteplici possibilità narrative che si intersecano in scena. Partendo da dinamiche similari nell’utilizzo di un linguaggio ibrido, di frontiera, in cui la grammatica filmica si inserisce nella scena teatrale, si evidenzieranno risultati, effetti estetico/narrativi e meccanismi significanti differenti, in grado però, in entrambi i casi, di aprire la fruizione del pubblico a nuove prospettive.
Il presente elaborato è parte di un’indagine da me condotta sul fenomeno vocale, improntata ad una valorizzazione e ad una risignificazione delle potenzialità politico-identitarie della voce cantata. Come reazione alla tradizionale supremazia della parola e all’egemonia del discorso, la scelta di utilizzare, nello specifico, la voce cantata come orizzonte di riferimento della mia analisi riflette il desiderio di emancipare la voce dal suo statuto ancillare di mero medium del linguaggio, per rivendicarne, invece, le sue più proprie potenzialità. L’orizzonte disciplinare entro cui si colloca questa ricerca è chiaramente quello dei Voice Studies, cui ho affiancato però alcune prospettive desunte dai Gender Studies e dai Queer Studies, tentando di realizzarne una prolifica sintesi cooperativa. L’intento di questo lavoro non è infatti quello di fornire un’ambiziosissima trattazione esaustiva del fenomeno vocale, quanto più quello di proporre in serie, attingendo a piene mani dall’orizzonte disciplinare dei Voice Studies, quei contributi che hanno delineato caratteristiche del fenomeno vocale funzionali a disvelarne implicite potenzialità espressivo-identitarie. Partirò dunque dal recupero della materialità vocale suggerito e auspicato da Roland Barthes, affiancandogli successivamente i preziosi contributi delle filosofe femministe Adriana Cavarero e Ann J. Cahill e dell’etnomusicologa Katherine Meizel, che hanno parlato rispettivamente di unicità/pluralità della voce, intervocalità e multivocalità come caratteristiche identitarie intrinseche al fenomeno vocale.
This contribution investigates the role and transformative potential of artist residencies as liminal spaces that resist the productivist logics of contemporary performance and experiment with new forms of relation, creation, and community engagement. Far from being mere sites of artistic production, residencies are conceived as laboratories of sharing and co-creation, where embodiment and participant agency play a constitutive role in both artistic and social processes.
The study focuses on Dies Irae. Concerto per donne e martelli, a seven-day residency at L’Arboreto – Teatro Dimora in Mondaino, led by performer Gloria Dorliguzzo and musician Gianluca Feccia. Through an ethnographic approach integrating observation, interviews, focus groups, and digital diaries via WhatsApp, the research examines the transformative dynamics emerging between artists, participants, and creative processes, showing how residency ecosystems enable new configurations of roles, power, and shared practice.
Our paper aims to investigate the potential of artistic practices co-designed with rural communities to stimulate collective reflection on the trauma of diaspora. Specifically, adopting the action research methodology and the theoretical framework of cultural welfare, the paper focused on analysing the artistic residency of Italian-American performer Joe Sannicandro in the rural village of Colle Sannita (Benevento). The study revealed how, through the pedagogy of listening, Joe Sannicandro’s experience contributed to the symbolic reappropriation of the territory, metaphorically healing the pain caused by the trauma of diaspora linked to mass emigration and the depopulation of rural areas.
Il saggio esplora il ruolo del patrimonio universitario come dispositivo comunicativo capace di generare valore simbolico, attivare processi di rappresentazione e aprire nuovi spazi di riflessione pubblica. L’università, tradizionalmente narrata attraverso stereotipi mediatici o immagini istituzionali convenzionali, può diventare invece un laboratorio di comunicazione patrimoniale critica, nel quale la fotografia svolge una funzione non solo documentale e narrativa, ma anche performativa e trasformativa. Attraverso riferimenti teorici ampi e interdisciplinari, e mediante il confronto con esperienze visive come il Viaggio in Italia di Ghirri o le campagne pubblicitarie di Toscani, il contributo mostra come gli spazi accademici possano essere riletti come luoghi di tensione estetica, pluralismo semantico e “dissenso visivo”. L’immagine diventa così detonatore di senso e strumento di mediazione civica, capace di generare dialogo, riattivare l’immaginario collettivo e riconfigurare il sapere come bene comune.
Il contributo indaga la ricerca artistica performativa come pratica critica per interrogare il Mediterraneo contemporaneo nei suoi dispositivi necropolitici, con particolare attenzione ai territori dell’Italia centro-meridionale e delle aree interne. Attraverso l’intreccio di Performance Studies, teorie post- e decoloniali e prospettive neomaterialiste, la riflessione si articola intorno a tre nozioni cardine: la necropolitica, nel senso proposto da Achille Mbembe, come esercizio della sovranità sulla vita e sulla morte; le necroscritture, secondo Cristina Rivera Garza, come forme di scrittura attraversate dalle morti inquiete e dai residui dell’umano; e il disarmo epistemico, come sospensione delle epistemologie dominanti e apertura a una conoscenza medianica, relazionale e trans-corporea. Attraverso l’analisi di tre lavori — The Last Lamentation di Valentina Medda, Attuning to / Resonating with (Sulcis) di Nicola Di Croce e Body Farm di Silvia Rampelli — il testo evidenzia come la performance, nelle sue posture di sottrazione e impermanenza, elabori pratiche di sintonizzazione e di decomposizione capaci di interrogare i regimi necropolitici che attraversano il Mediterraneo. La ricerca approda alla definizione del disarmo come pratica epistemica, metodologica ed estetica: gesto di spoliazione e di unlearning (Spivak), che sospende la volontà rappresentativa per aprire spazi di comunanza, riparazione e riemersione del più-che-umano.
A conversation with the British actor and director Sam Crane, co-author alongside Pinny Grylls of the documentary Grand Theft Hamlet (UK, 2024, 91’).
L’articolo analizza SONS: SER O NO SER de La Fura dels Baus come rilettura post-drammatica e immersiva dell’Amleto shakespeariano. Attraverso un’analisi della drammaturgia frammentata, dell’apparato tecnologico e delle strategie di coinvolgimento dello spettatore, il contributo evidenzia come lo spettacolo trasformi il dilemma amletico “essere o non essere” in una questione eminentemente politica ed esistenziale, strettamente legata alle condizioni del contemporaneo: capitalismo, collasso climatico, sovraesposizione mediatica e crisi dell’identità. L’interazione con il pubblico viene interpretata come dispositivo di responsabilizzazione collettiva, più che come reale agency partecipativa. Ne emerge un teatro che rinuncia allo shock provocatorio per farsi strumento di autoanalisi socio-culturale, interrogando lo spettatore sul proprio ruolo di “figlio” e co-responsabile del presente.