Copertina del numero 3
Copertina del numero 3, comitato editoriale e comitato scientifico
L'immagine di copertina è una immagine della performance on-line di Bruma/Net di Kònic Thtr.
Elaborazione grafica di Vincenzo Sansone
La terza issue di Connessioni Remote intende costruire una mappatura delle pratiche performative che nei contesti offline e online indagano o permettono di osservare le dimensioni della liveness.
Copertina del numero 3, comitato editoriale e comitato scientifico
L'immagine di copertina è una immagine della performance on-line di Bruma/Net di Kònic Thtr.
Elaborazione grafica di Vincenzo Sansone
Presentazione della copertina del numero 3 dalla performance on-line Bruma/Net di Kònic Thtr
Il presente articolo introduce il terzo numero della rivista dal titolo Gradienti di liveness. Lo shaping socio-tecnico delle arti performative tra online e offline. Dopo aver inquadrato il tema della liveness all’interno del processo di mediatizzazione del sociale e delle sfide alimentate dalla pandemia, viene discusso lo statuto del campo di studi sulla liveness. Si difende quindi e la necessità di uno sguardo che intende la liveness nei termini di “gradienti” con cui tale fenomeno si manifesta. Nella seconda parte vengono presentati i contenuti del numero, i quali mostrano le molteplici diramazioni della questione liveness attraverso ambiti spettacolari, tecnologici e teorici eterogenei, evidenziando la rilevanza di questo strumento d’indagine nel comprendere la costruzione del senso della presenza e della connessione nel contesto della mediatizzazione.
Questo lavoro intende mostrare come la questione della liveness e, con essa la questione della presenza, possa essere posizionata piuttosto alla fine del secolo scorso. Attraverso uno sguardo mediarcheologio il lavoro intende chiarire come la liveness è figlia di negoziazioni continue tra spazio, media e corpo umano. Tale negoziazione è chiaramente oggi più profonda e complessa perché figlia di forme di mediatizzazione profonda del mondo e delle arti performative. Per questo motivo il contributo intende infine ragionare intorno al concetto di vanish liveness ovvero quelle forme di liveness digitale, prodotte da piattaforme come Instagram, Snapchat, TikTok, Clubhouse, in cui l’evento live non viene archiviato ed è fruibile, proprio come l’evento dal “vivo”, soltanto da coloro che ne condividono un tempo.
Sin dal lancio nel 2009 di NT Live, il National Theatre è stato protagonista nel livecasting nel Regno Unito; non sorprende quindi l’aspettativa di una risposta dell’istituzione teatrale a seguito del lockdown di marzo 2020. Il presente articolo cerca di analizzare questa risposta pandemica da parte dell’NT Live abbia utilizzato molteplici temporalità per ricreare un senso dell’evento teatrale nelle case degli spettatori. Nonostante l’utilizzo di materiale d’archivio, l’iniziativa NT At Home ha costituito una risposta a uno specifico evento storico strutturata attorno un “ora ontologico” che modellato la ricezione di questo materiale: NT Live capitalizzava sulla liveness e sull’esclusività della trasmissione, con performance mostrate a un orario specifico e trasmesse simultaneamente al cinema; NT At Home rielabora invece questo sistema di liveness, creando il proprio sento di una temporalità fluida e contraddittoria. L’articolo attinge quindi ad approcci sulla liveness provenienti da molteplici discipline per esaminare tre aspetti in particolare di questa nuova temporalità e un caso di studio specifico di “pratica di liveness”.
La stagione pandemica del «lockdown theatre» (Gemini et al. 2021) ha avuto un impatto dirompente sulle procedure materiali ed evenemenziali di produzione degli spettacoli, e sulle loro modalità di fruizione da parte dei pubblici, “traslocate” dallo spazio fisico dei luoghi teatrali a quello smaterializzato dei media elettronici. In questo contesto inedito l’opera lirica ha potenziato la sua naturale vocazione alla multimodalità, nel segno di una «fenomenologia dello streaming» (Galla 2020) che ha trasformato la condizione di liveness del teatro musicale e performativo. Attraverso una mirata ricognizione dei più recenti e significativi esperimenti di mediatizzazione della performance operistica, tra cui i cartelloni di opere in streaming introdotti dalle istituzioni musicali (il Teatro digitale dell’Opera di Roma; #operaonthesofa del Regio di Torino, etc.) e le creazioni originali concepite per la fruizione online/televisiva (Il barbiere di Siviglia e La traviata di Mario Martone; A riveder le stelle di Davide Livermore; Il crepuscolo dei sogni di Johannes Erath; Alienati del Teatro Coccia), il contributo riflette sui gradienti di digital liveness dell’opera in video, sia in diretta che in differita; mettendo in relazione i presupposti epistemologici sulla liveness con la distintiva postura spettatoriale richiesta dallo spettacolo lirico, divisa tra «mimesi e astrazione» (Gallarati 2007) e tra i diversi livelli di ricezione attivi, che l’attuale fenomenologia dello streaming sta nettamente ridefinendo.
La pandemia ha definito diverse declinazioni della liveness nella dimensione digitale. Tra i settori più colpiti e che hanno dovuto reinventare linguaggi e forme comunicative, accanto al teatro quello della musica live (il tema disciplinare sul quale vogliamo riflettere). L’industria musicale, da sempre fortemente legata alla prossimità fisica, al necessario rapporto con la strada, inteso come luogo d’ispirazione e nutrimento (immaginiamo le subculture giovanili: dai teddy boys, ai mods, dal movimento hippie, al punk, dall’hip hop alla trap) si è tenacemente reinventata negli ultimi anni negli innovativi spazi digitali: dai social network ai concerti sui videogames (sperimentando un nuovo modo di comunicare e dando vita ad un rinnovato immaginario). Attraverso questo saggio si intende procedere verso una ricognizione e analisi delle pratiche della liveness multimediali, transmediali, intermediali nell’ambito musicale esaminando, in particolare, come gli NFT musicali (Non Fungible Tokens) si siano rivelati come una delle strade più promettenti per continuare a mantenere il legame emotivo, culturale ed identitario tra i performer e i fans. E gettando le basi per un’economia alternativa futura.
Assumendo l’intrinseca democraticità della svolta performativa delle arti – la quale eccede il principio della proprietà privata sia per l’artista che per il fruitore – il presente contributo intende esplorare le esperienze in cui la creazione dell’artista si realizza nella sua abilitazione alla creazione collettiva, mobilitando il concetto di liveness come presenza e partecipazione. Il contributo, a seguito di una tipizzazione delle varie possibili declinazioni della pratica di squatting, intende restringere il focus sulla sua versione culturale, in quanto metodo performativo teso ad obiettivi estetici, comunicativi e politici. Attraverso l’interpretazione ermeneutica dei presupposti e del funzionamento di tali esperienze, nonchè il riferimento – seppur sintetico, per motivi di economicità della ricerca – a casi di cultural squatting sul territorio italiano, sarà restituita una lettura di questi che li propone come momenti di attivazione e spazi d’intersezione dei diversi livelli di liveness, messi a disposizione nell’abilitazione dell’agency culturale e politica del pubblico in quanto collettività.
Il saggio intende proporre una riflessione teorica nei confronti del Cinema VR, pratica artistica recente che ha visto la luce applicando l’apparato tecnico ed estetico della Virtual Reality alla narratività e agli stilemi cinematografici. Dopo una breve premessa etimologica attorno all’idea di immersività, utile a circoscrivere il campo d’indagine, viene introdotto l’oggetto di studio suddetto, cercando di analizzarne la natura mediale e descrivendo perciò quest’ultima attraverso alcune riflessioni di Citton e di Auslander. Ci si sofferma in seguito sul pensiero di Carbone e sulla sua “filosofia-schermi”, tentando di associare al Cinema VR l’“idea sensibile” di “archi-schermo”, attraverso un discorso sulla percezione tra corpo e schermo. Infine, dopo alcune precisazioni di carattere tecnico, si cerca di rilanciare il discorso teorico appoggiandosi all’analisi di D’Aloia, cercando di esplicitare quanto sviluppato lungo la trattazione applicandolo, evidenziandone così da ultimo anche possibili ampliamenti futuri.
Il mio contributo partecipa alla mappatura delle pratiche performative italiane. Riprendendo quanto introdotto da Auslander con Liveness nel 1999, alla luce di recenti riflessioni e di sperimentazioni artistiche e mediali in contesti offline e online, il saggio esplora il lavoro di Quiet Ensemble, factory crossmediale composta dagli artisti-performers Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli. Le loro performance consentono di introdurre maggiori gradi di complessità al concetto di liveness. Il duo opera dal 2009 al confine tra arte, video, teatro e musica digitale, presentando spettacoli e installazioni fortemente tecnologiche, realizzate con l’utilizzo di elementi del mondo naturale (luce solare, topi, api, pesci, ecc.) che sono proposti dal vivo, in un percorso predeterminato, e che con il loro movimento realizzano essi stessi l’opera in modo aleatorio, nel quadro che la tecnologia digitale preparata da Quiet Ensemble mette loro a disposizione. Gli artisti-performer interagiscono in scena con la situazione che si viene a creare grazie alla presenza di questi insoliti protagonisti.
L’accelerazione tecnologica continua a rivoluzionare la liveness lasciando emergere un alto gradiente di performatività anche nelle semplici abitudini multimediali quotidiane. L’ubiquità pervasiva dei media digitali influenza profondamente i modi e gli stili in cui la performance viene agita e fruita. Attivando efficaci dinamiche di connessione e coinvolgimento del pubblico, strumenti come lo streaming, la realtà virtuale e aumentata, l’intelligenza artificiale, il mapping, l’interaction design consentono oggi di allestire esperienze multimediali che offrono una dimensione sociale e comunicativa completamente diversa, all’insegna della transdisciplinarietà e dell’approccio post-antropocentrico. La live media performance è da considerarsi quindi come specifico settore di produzione artistica e di indagine, in cui è possibile far rientrare diverse tipologie di formati e pratiche. Gli agenti elettronici in scena vengono progettati per trasmettere un senso di interconnessione profonda tra i protagonisti, il pubblico e tutto ciò che li circonda. Il palcoscenico diventa così una dimensione sospesa, un “luogo della mente” sinestetico e immersivo, in cui viene ricostruita la realtà come risultato di un agire non soltanto umano. La tecnosfera diviene in questo senso un partner di lavoro. Attraverso l’analisi di ricerche e di linguaggi artistici multimediali performativi emblematici di questo settore disciplinare, si proporrà una suggestione interpretativa transdisciplinare post-antropocentrica e postumana, prestando attenzione alle forme sia umane sia non umane di azione e gesto espressivo.
Partendo dalla teoria dell'homo ludens di Huizinga, il caso di studio che propongo è SEPHIROT-IL GIOCO©, il metodo di creazione di performance interattive da me creato nel 2018 dopo un attento studio delle strutture narrative ipertestuali. Il progetto nasce per valorizzare la presenza del pubblico in sala, in quanto "co-creatore" dell'opera, permettendo l'applicazione delle più recenti tecnologie di AR e VR su strutture testuali algoritmiche anche tramite online streaming. La mia intenzione è quella di ribaltare la struttura dello spettacolo tradizionale e permettere al pubblico di cambiarne la forma attivamente. La correlazione tra Teatro e Gioco non è nuova, ma sono evidenti le resistenze di alcune visioni che vorrebbero che to play e recitare fossero due compartimenti stagni. Da queste riflessioni nasce la necessità di creare performance interattive strutturate secondo principi di interattività, ipermedialità, ipertestualità e proceduralità.
Intervista a Giacomo Verde, a cura di Mariano Equizzi.
Roma, Hackmeeting, aprile 2006.
Intervista inedita
Ten in the morning is not the most usual time for a press view to open, nor is the requirement to show ID and Vaccination Pass, but at the Palazzo Cipolla (lit. “Onion Palace”) on the Corso del Rinascimento in the centre of Rome, this was the the routine to see an intriguing show of work by David Quayola, an Italian digital artist, long resident in London, but here displaying a variety of pieces made over the last fourteen years. Suffice to say there was not an ice filled dustbin of Peroni bottles in sight.
Fare un nodo a qualcosa è uno dei possibili modi utilizzati per “non dimenticare”. Quando si fa il nodo ad una cannuccia la si rende inutilizzabile (inutile come l’Arte). Ma diventa anche Arte proprio in quanto inutilizzabile per l’uso a cui era destinata, anche se utilizzabile come promemoria
(Giacomo Verde, progetto 150 KNOTS)