“CAMPAGNA MAIŅ KUĆ ĆALĀNDĀ” - UNO STUDIO DI CASO DI FENOMENI DI CONTATTO ALL’INTERNO DEI CENTRI DI ACCOGLIENZA ITALIANI

Autori

  • Luca Iezzi

DOI:

https://doi.org/10.13130/2037-3597/15050

Abstract

Il presente contributo intende fornire una panoramica degli effetti del contatto linguistico all’interno dei centri di accoglienza straordinaria (CAS) in Italia, prendendo in esame, come caso studio, i migranti provenienti dal Pakistan ospitati in un centro di accoglienza situato in un piccolo comune abruzzese. Partendo da un’analisi dettagliata del background linguistico dei migranti in questione, la ricerca si sposta verso l’osservazione degli usi della lingua italiana, sia con i connazionali, sia con gli altri ospiti del centro e gli operatori che vi lavorano. Il repertorio linguistico degli informanti verrà presentato prima esaminando la situazione apparentemente diglottica (Ferguson, 1959) del Pakistan, dove vi sono due lingue alte ufficiali (urdu e inglese) e più di settanta lingue minoritarie (Rahman, 2006), di cui cinque - tra cui il punjabi - sono parlate come lingua materna da oltre il 90% della popolazione (Eberhard et al., 2019), per poi passare alle reali pratiche linguistiche dei parlanti, che vedono la nascita di una nuova varietà di punjabi urbano, utilizzato nelle grandi città in espansione della provincia del Punjab da individui più acculturati rispetto ai propri contemporanei provenienti da zone rurali, ma che hanno studiato nelle cosiddette “Urdu-medium schools” (Mansoor, 1993), e che di conseguenza vivono appieno la situazione di elite closure (Myers-Scotton, 1993) che separa la società pakistana. Questa nuova varietà, che può essere considerata uno stadio intermedio verso la creazione di un mixed code (Auer, 1999), è il frutto di inserzioni di unità in lingua urdu e lingua inglese in una base punjabi, che possono essere categorizzate sia come inserzioni di singoli costituenti, sia come inserzioni nidificate, e infine come integrazioni morfologiche (Muysken, 2000). All’arrivo in Italia, i suddetti migranti si trovano a dover aggiungere l’italiano al loro repertorio, spesso una varietà regionale di italiano (Berruto, 1987), e a doverlo utilizzare in una vasta gamma di situazioni e con un numero ampio di persone. Essendo i CAS centri di accoglienza creati per supplire alla mancanza di posti nelle strutture di prima e seconda accoglienza pubbliche, accolgono un numero molto maggiore di profughi (Gentileschi, 2009), in alcuni casi fino alle cento unità, provenienti da diversi Paesi e quindi con un bagaglio culturale e linguistico molto differente, situazione che li porta a dover far uso di tutte le risorse a loro disposizione. Nella fattispecie, gli informanti pakistani oggetto di questa ricerca, nonostante il recente arrivo in territorio italiano, utilizzano il nostro idioma adottando una duplice strategia comunicativa: da un punto di vista situazionale e socio-funzionale (Fishman, 1972), l’italiano rappresenta la lingua franca (Swann et al., 2004) usata all’interno del centro di accoglienza, sia con gli operatori sia con altri ospiti, nonostante con questi ultimi venga condivisa in molti casi la conoscenza della lingua inglese; da un punto di vista semantico e grammaticale, invece, l’italiano (così come l’urdu e l’inglese nel Paese di origine) sta entrando a far parte della loro varietà di punjabi urbano sotto forma di inserzioni di singoli costituenti (spesso assegnabili a specifici campi semantici riguardanti la burocrazia e il lavoro) o di espressioni fisse, senza poter assegnare a queste ultime una particolare motivazione sociale o situazionale, se non in casi particolari di enfatizzazione dell’enunciato. Esempi dettagliati verranno forniti al fine di illustrare i fenomeni sopra citati. Il corpus da cui prende vita la suddetta ricerca consiste di circa otto ore di registrazioni di parlato spontaneo, avvenute all’interno di un centro di accoglienza situato in Abruzzo, in diverse situazioni comunicative di natura prevalentemente informale, solo in alcuni casi di media formalità, sia con connazionali, sia in presenza di altri ospiti del centro o di italofoni.

 

Campagna mai kuć ćalāndā” - Contact phenomena within refugee centres in Italy

This paper provides a general overview of the effects of language contact within “extraordinary reception centers” (CAS) in Italy, for migrants from Pakistan in a refugee center in a small town in Abruzzo. After a detailed analysis of the linguistic background of the abovementioned migrants, the study focuses on the usage of the Italian language, both with nationals and other refugees or Italian workers within the center. The linguistic repertoire of the migrants is introduced by looking at the apparently diglottic (Ferguson, 1959) Pakistani context, where there are two official languages (Urdu and English) and more than seventy minority languages (Rahman, 2006), five of which - including Punjabi - are spoken by over 90% of the population as their mother tongue. (Eberhard et al., 2019. The real practices of the speakers, which led to the creation of a new variety of urban Punjabi, used in developing big cities in Punjab by individuals who are more educated than their contemporaries who live in rural areas but who studied in the so-called “Urdu-medium schools” (Masoor, 1993), and thus live the “elite closure” (Myers-Scotton, 1993) which separates Pakistani society, are considered. This new variety, considered an intermediate stage towards the birth of a mixed code (Auer, 1999), includes Urdu and English items in a Punjabi frame, which can be categorized as insertions of single constituents, nested ‘a b a’ insertions, and morphological integrations (Muysken, 2000). Upon their arrival in Italy, the abovementioned migrants add the Italian language to their repertoire, often a regional variety of Italian (Berruto, 1987), and they find themselves using it in a wide range of situations and with a huge number of people. Since the “extraordinary reception centers” were created to address the lack of spaces in public refugee centers, they accommodate a high number of migrants (Gentileschi, 2009), in some cases up to a hundred people, from different countries and with very different cultural and linguistic backgrounds, and this situation that leads them to make use of all the resources available to them. In this particular case, the Pakistani informants object of this research, although they had lived in Italy for a short time, made use of Italian through two communicative strategies. On the one hand, from a situational and socio-functional point of view (Fishman, 1972), Italian is used as lingua franca (Swann et al., 2004) within the refugee center, both with workers and other refugees, though with the latter group they often shared the English language; and on the other, from a semantic and grammatical point of view, where Italian (as Urdu and English previously in Pakistan) was becoming part of their variety of urban Punjab in the form of insertions of single constituents (often assignable to specific semantic fields concerning bureaucracy and work) or fixed expressions without any particular social or situational motivation, if not in some cases of emphasis. Detailed examples will illustrate the abovementioned phenomena. The corpus on which this research is based consists of about eight hours of recordings of spontaneous conversations, made in a refugee center located in Abruzzo, in different, mainly informal, communicative contexts, both with nationals and other refugees or Italian speakers.

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Pubblicato

2021-01-24

Fascicolo

Sezione

QUADERNI DI ITALIANO LINGUADUE 4