N. 10 (2019)

L’agire della storia. Ripensare il materialismo a partire da Sartre

La riflessione intorno allo statuto epistemologico della conoscenza storica e alle possibilità di una comprensione sintetica della prassi umana nel suo senso complessivo fu al centro del lavoro di Jean-Paul Sartre negli anni Cinquanta del secolo scorso. A distanza di un decennio dalla fine del secondo conflitto mondiale, il confronto tra i due modelli di produzione – quello socialista sovietico e quello capitalistico statunitense – a cui corrispondevano due opposte concezioni dell’azione umana tout court, costituiva allora la cornice insuperabile per chiunque si esponesse davvero alla domanda sugli esiti correnti e sui destini venturi della storia umana, sia in quanto intreccio vivente delle azioni collettive e individuali nel loro divenire temporale (processuale e cumulativo? evolutivo e progressivo? circolare e ripetitivo?), sia in quanto oggetto di un sapere anch’esso vivente e diveniente (pertanto anch’esso: processuale e cumulativo? evolutivo e progressivo? circolare e ripetitivo?). Quella cornice è oggi superata (ma non risolta nei suoi interrogativi fondamentali) nel quadro del modello unico e globalizzato della società dei consumi e della produzione di massa. Tuttavia resta viva e urgente l’esigenza di una fondazione condivisa delle nostre conoscenze storiche (della storia, sulla storia e nella storia), non solo in riferimento al portato di verità delle cosiddette «scienze umane» e «scienze della natura», ma in riferimento al senso e all’efficacia di tutti i nostri saperi in generale (incluso dunque il sapere filosofico) – se anche il conoscere è una prassi, cioè un’azione nella storia e sulla storia umana, che accade nel mondo e come esperienza del mondo.

Questo intreccio di prassi e conoscenza fu al centro della riflessione di Sartre, in particolare, nell’incompiuto secondo tomo della Critique de la raison dialectique, intitolato appunto L’intelligibilité de l’histoire, da cui è tratto il brano con cui si inaugura il nuovo numero di «Nóema» dedicato al tema: L’agire della storia. Ripensare il materialismo a partire da Sartre. Molte questioni vi si intersecano, ma tutte gravitano attorno a un tema cruciale: la collocazione della nostra storia rispetto alla «esteriorità universale», ovvero il rapporto tra la prassi umana e la materialità della «natura», sia essa intesa nella sua conformazione terrestre o nelle sue infinite variabili cosmiche; e, ovviamente, il senso e il portato di verità di qualsivoglia umana conoscenza riguardo a tale rapporto.

Che fra i due poli di quel rapporto vi sia una relazione di reciprocità è anticipato già nel titolo del brano (titolo scelto dalla curatrice dell’edizione francese Arlette Elkaïm-Sartre): L’essere-in-sé della prassi-processo: limitazione esterna dell’interiorità e limitazione interna dell’esteriorità, dove – chiarisce subito Sartre – «“esteriorità” e “in-sé” hanno qui solo un senso relativo», poiché «la prassi-processo riprende tutto in interiorità». Se «l’espressione prassi-processo non ha altra funzione che quella di designare la totalizzazione di avviluppo» (J.-P. Sartre, Critica della ragione dialettica, Tomo II: L’intelligibilità della storia, trad. it. di F. Cambria, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2006, pp. 433-434), e se «totalizzazione di avviluppo» (certamente l’espressione più complessa dell’intera Critique) rinvia a quella «totalizzazione senza totalizzatore» mediante la quale «la prassi comune, travalicata dalla profondità del mondo, produce la propria esteriorità come il proprio corpo» (ivi, Glossario, p. 575), allora l’indagine intorno all’essere-in-sé di tale totalizzazione si interroga niente meno che sulla conoscibilità di quel tutto dinamico che possiamo chiamare «il mondo». Un tutto del quale anche la prassi umana è evidentemente parte: quella parte che appunto pone il mondo come il proprio in-sé (la propria esteriorità), che sempre travalica essendone sempre travalicata.

È questo reciproco travalicamento a costituire il punto nodale della riflessione sartriana intorno alla storia. Esso infatti da una parte fonda l’opzione materialistica per la quale ogni «interiorizzazione» progettuale e prassica, ossia ogni azione storica (compresa la conoscenza), non accade prima né altrove rispetto alla datità delle sue condizioni e delle sue attuazioni materiali; dall’altra parte segna una differenza fondamentale rispetto all’idealismo e alla dialettica della storia di Hegel. «[…] Il movimento della nostra esperienza […] – scrive a questo proposito Sartre – è opposto a quello dell’idealismo hegeliano […]» (ivi, p. 420). Se infatti l’essere-in-sé è sempre l’in-sé di un per-sé, tuttavia ciò non fa dell’azione umana un mero epifenomeno nel cammino della riflessione poiché anche la riflessione della prassi su se stessa, essendo pratica e situata, realizzandosi si produce «nella temporalità decompressa della dispersione universale, in relazione a trasformazioni cosmiche» che la travalicano, sicché «i limiti che la determinano le vengono per principio dalla zona di esteriorità ignorata, fuori dall’attenzione pratica». Del resto, anche dal punto di vista della sua «temporalizzazione d’interiorità», in quanto è una prassi, la riflessione «senza neanche sospettarlo costituisce a distanza alcuni fatti esterni come suo destino», ovvero (e conseguentemente) costituisce se stessa «con le sue qualità e con il suo destino a partire da quei fatti» (ibidem).

Per altro verso, se l’in-sé della prassi-processo (o della totalizzazione di avviluppo) è «il di fuori del di dentro», ciò implica che mai e in nessun modo la prassi medesima potrà compiutamente tematizzare se stessa, ossia trascendersi in una assimilazione esaustiva del proprio «essere assoluto» (sono ancora parole di Sartre) il quale non è altro che l’insuperabile immanenza della prassi medesima in quanto infinita mediazione (o relazione) «fra due stati trascendenti»: l’insieme di circostanze e strumenti che le sono dati, e l’insieme degli obiettivi futuri mediante i quali essa si interiorizza come prassi cosciente. È infatti il farsi della prassi, il suo ininterrotto interiorizzarsi temporalizzandosi a costituire il movimento mediante il quale la storia si compie come vissuto reale, ogni volta correlato al suo in sé, al suo mobile universo materiale, che le si dà come il suo ignoto e come il suo altro. «Altro» perché – mentre ne è forgiato – condiziona la prassi opponendole, nell’immanenza e nella simultaneità del suo realizzarsi, quella coriacea indifferenza alle finalità umane che assume il senso di una trascendenza materiale: ciò che chiamiamo di solito «natura».

Questo doppio legame spiega perché, secondo Sartre, anche qualora le nostre conoscenze pervenissero a elaborare non solo una esaustiva «storia dell’uomo», ma anche una compiuta «scienza della Terra» (ossia una perfetta scienza della «Natura»), tali conoscenze non potrebbero descrivere i caratteri della specie umana (o quelli della «Terra» e della «Natura») altro che come caratteri pratici, cioè caratteri prodotti entro l’azione che li strumentalizza (cioè ne fa il proprio oggetto: ad esempio il proprio oggetto di conoscenza) superandoli verso il proprio obiettivo.

Non potendo avere testimoni esterni (nemmeno un Marziano o un Venusiano – come gustosamente esemplifica Sartre nel brano che proponiamo in apertura di questo numero), l’essere-in-sé della totalizzazione di avviluppo (o della prassi-processo), in quanto sintesi dinamica di esteriorità e interiorià o di prassi oggettivata e prassi vissuta, rivela il proprio carattere ambiguo. «In quanto gli agenti della Storia lo prendono di mira dall’interno, esso è ovunque; è la profondità infinitamente infinita di quella totalizzazione», ossia «l’Universo» (ivi, p. 425). Tale essere-in-sé è pertanto sia continua auto-deviazione materiale della storia e nella storia (esteriorità dell’interiorizzazione), sia stato di «abbandono» (ibidem) e di «assoluta solitudine» (ivi, p. 420) (interiorità dell’esteriorizzazione) in quanto è vissuta dall’essere umano come alterità correlata ai suoi fini pratici in un Universo indifferente a qualsivoglia finalità.

Questi temi delineano un orizzonte di senso che si affaccia su questioni di ordine non solo gnoseologico ed epistemologico, ma anche cosmologico, etico e politico, alla ricerca di una postura comprendente che si ponga all’altezza di un materialismo senza cedimenti deterministici e di un relazionismo immune da trascendentalismi di sorta. È con una postura di tal fatta che, inaugurando il nuovo numero della rivista, «Nóema» invita i suoi Autori a confrontarsi, in vista di una possibile e necessaria ricostruzione di senso per i nostri saperi troppo spesso decompressi nella dispersione universale (come forse direbbe anche Sartre) oppure consegnati a ontologie latenti o patenti e a complementari superstizioni scientistiche o storicistiche.

Pubblichiamo l'estratto della Critique nella traduzione italiana nella Presentazione del fascicolo; è possibile consultare il testo originale francese qui.

Questo numero di Nóema è in lavorazione e rimarrà aperto fino a gennaio 2020. A partire da giugno-luglio verrà via via arricchito con i saggi su invito e i contributi selezionati attraverso peer review e nei mesi successivi fino alla chiusura accoglierà eventuali note e commenti ai testi pubblicati.

Sommario

Presentazione

a cura della Redazione
PDF

Saggi

Luca Basso
PDF

Prospettive

Michel Kail
PDF
Enrico Redaelli
PDF