Negli anni ‘80, i Napalm Death fondarono il grindcore, sottogenere musicale tra metal estremo, anarco-punk e hardcore. Lo stile mirava all’estremità sonora intesa come muro di suono, un’estetica stimolata dalle sue origini operaie. Il grindcore ha successivamente influenzato diverse pratiche musicali estreme che fanno risuonare la relazione tra classe e capitalismo. Dal noise giapponese al jazzcore americano, fino alla musica elettronica britannica, l’approccio del genere si riverbera come una filosofia corporea dell’audio. Con l’intento di inquadrare questo fenomeno di risonanza tra generi transnazionali, il mio obiettivo è dichiararli parte di un ‘sound-as-physical-assault’ continuum, basato su un’esperienza estetica estrema dell’audio. A partire dalla nozione di Brar di ‘mineral interiors’, che descrive come l’intensità del suono nelle correnti musicali afrodiasporiche risuoni sia nello spazio dell’album che nel mondo dell’ascoltatore, suggerisco che la stessa teorizzazione può essere applicata sia al grindcore, al jazzcore e al japanoise sia a generi come la dub e il footwork. Se entrambi partecipano allo stesso paradigma di musica basata sull’intensità aptica e sulle questioni di classe, i due concetti li differenziano in termini di priorità nell’immaginazione politica e negli effetti psicofisici della musica. Questo contributo offre la possibilità di evidenziare somiglianze foniche e sociopolitiche mantendendo le differenze tra genealogie musicali diverse ma accomunate da un utilizzo massimalista dei sistemi audio.