Archivio - Pagina 2

  • Ricerche
    N. 7-2 (2016)

  • Gli strumenti del lavoro filosofico
    N. 8-1 (2017)

    Con i saggi dei due Direttori di "Nòema", Rossella Fabbrichesi e Carlo Sini, si inaugura il fascicolo dedicato agli strumenti del lavoro filosofico. Altri autorevoli studiosi di filosofia hanno già annunciato un loro intervento nel corso dell'anno di studio che così si apre. L'auspicio è che gli interventi si moltiplichino, in risposta al nostro Call for Papers, nella forma di saggi, di note, di dialogo critico, così da offrire a tutti i lettori un'ampia e articolata riflessione sul come e sul perché del fare filosofia nel nostro tempo.

  • Dal corpo vivente al corpo umano. Filosofia e biologia
    N. 9 (2018)

    Tema generale del numero

    Due soglie custodiscono i problemi che stimolano, in modi tuttora oscuri e misteriosi, la ricerca scientifica e la riflessione filosofica: come nasce la vita sul nostro pianeta? Come emerge, dalla vita animale o animata, l’intelligenza umana, l’autocoscienza linguistica e la complessa struttura sociale e morale dei viventi umani? Queste domande sono oggi più che mai al centro di indagini scientifiche sempre più raffinate e dettagliate, che cercano di integrare insieme, in una cornice evoluzionistica il più possibile unitaria, differenti prospettive e differenti discipline, dagli studi chimico-fisici e in biologia molecolare e cellulare, fino alla paleontologia umana e all’archeologia. Un’indagine integrata che può contare oggi su strumenti sempre più sofisticati e potenti e su una massa di nuove conoscenze ed evidenze in rapida e drammatica espansione, che inevitabilmente mutano il nostro sguardo e gli oggetti dell’indagine, facendo emergere nuove domande di ricerca e nuovi modelli esplicativi all’interno di uno scenario evoluzionistico la cui struttura concettuale è anch’essa, oggi, soggetta a proposte di revisione e estensione.
    E naturalmente non dobbiamo dimenticare che, al di là di tutto, chi pone questi interrogativi e questioni sull’origine e la natura del corpo vivente e su come quest’ultimo sia diventato umano, è esso stesso un vivente umano, determinato a essere come è e a domandare come domanda dalla sua storia “naturale” e “intellettuale”: passare la cosa sotto silenzio non sarebbe filosoficamente accettabile. Questa è appunto una soglia ulteriore di cui far conto in un dialogo proficuo tra filosofia e biologia.
    L’ampiezza del problema, che coinvolge competenze molteplici e vie di ricerca anche lontane tra loro, suggerisce di circoscrivere e di privilegiare, in prima istanza, alcuni specifici percorsi, che spaziano dalle ricerche filosofiche di alcuni autori particolari, fino a tematiche di frontiera oggi al centro della riflessione filosofica e scientifica.

    In sintesi, i possibili argomenti da trattare all'interno di questo numero sono:

    - La ricerca sulle origini dell’autocoscienza da Chauncey Wright a George Herbert Mead e a John Dewey, anche nel loro rapporto fruttuoso con le indagini filosofiche e scientifiche odierne.

    - La “Struttura del comportamento” in Merleau-Ponty.

    - L’evoluzionismo, e in particolare l’evoluzione umana, da Darwin a oggi, fino ai più recenti dibattiti riguardanti la proposta di una rinnovata teoria dell’evoluzione estesa a molteplici patterne livelli.

    - I progetti sull’intelligenza artificiale in relazione all’autocoscienza umana.

    - le ricerche di frontiera nei differenti ambiti della biologia in rapporto alla questione della natura e dell’origine del vivente e del confine tra vivente e non vivente.

    - Il rapporto che Nietzsche intrattiene con la biologia e gli studi biologici del suo tempo (Darwin, Roux, Haeckel, Virchow).

    Linee guida per la presentazione degli articoli

    Gli articoli proposti andranno adeguati ai criteri editoriali descritti nelle “Linee guida per gli Autori” e sottoposti alla Redazione attraverso la procedura guidata descritta nelle “Informazioni per gli Autori”. Il testo dovrà riportare il titolo del saggio ma in forma anonima, senza indicare il nome dell’autore (che inserirà il proprio nome soltanto nel format da compilare sul sito durante la procedura guidata). Nella procedura è richiesto di indicare un abstract, che dovrà essere di circa 1000 caratteri (in italiano e in inglese), e 5-10 parole chiave (in italiano e in inglese). I testi e i relativi materiali potranno essere caricati sul sito a partire dalla pubblicazione del presente Call for Papers fino al termine ultimo del 30 settembre 2018, in uno dei seguenti formati: .doc, .docx, .odt. Nei giorni successivi alla presentazione della proposta (solitamente nel giro di due-tre settimane) si riceverà un avviso riguardante l’eventuale avvio delle procedure di peer review, che avverrà in modalità “blind”. Per questo motivo si prega, in fase di caricamento della proposta sul sito della Rivista, di presentare il proprio contributo in forma anonima, affinché possa poi essere mandato in revisione.

    In media la pubblicazione di ogni articolo avviene circa tre mesi dopo l’eventuale avvio delle procedure di revisione, anche se i tempi potranno variare caso per caso.

  • L’agire della storia. Ripensare il materialismo a partire da Sartre
    N. 10 (2019)

    La riflessione intorno allo statuto epistemologico della conoscenza storica e alle possibilità di una comprensione sintetica della prassi umana nel suo senso complessivo fu al centro del lavoro di Jean-Paul Sartre negli anni Cinquanta del secolo scorso. A distanza di un decennio dalla fine del secondo conflitto mondiale, il confronto tra i due modelli di produzione – quello socialista sovietico e quello capitalistico statunitense – a cui corrispondevano due opposte concezioni dell’azione umana tout court, costituiva allora la cornice insuperabile per chiunque si esponesse davvero alla domanda sugli esiti correnti e sui destini venturi della storia umana, sia in quanto intreccio vivente delle azioni collettive e individuali nel loro divenire temporale (processuale e cumulativo? evolutivo e progressivo? circolare e ripetitivo?), sia in quanto oggetto di un sapere anch’esso vivente e diveniente (pertanto anch’esso: processuale e cumulativo? evolutivo e progressivo? circolare e ripetitivo?). Quella cornice è oggi superata (ma non risolta nei suoi interrogativi fondamentali) nel quadro del modello unico e globalizzato della società dei consumi e della produzione di massa. Tuttavia resta viva e urgente l’esigenza di una fondazione condivisa delle nostre conoscenze storiche (della storia, sulla storia e nella storia), non solo in riferimento al portato di verità delle cosiddette «scienze umane» e «scienze della natura», ma in riferimento al senso e all’efficacia di tutti i nostri saperi in generale (incluso dunque il sapere filosofico) – se anche il conoscere è una prassi, cioè un’azione nella storia e sulla storia umana, che accade nel mondo e come esperienza del mondo.

    Questo intreccio di prassi e conoscenza fu al centro della riflessione di Sartre, in particolare, nell’incompiuto secondo tomo della Critique de la raison dialectique, intitolato appunto L’intelligibilité de l’histoire, da cui è tratto il brano con cui si inaugura il nuovo numero di «Nóema» dedicato al tema: L’agire della storia. Ripensare il materialismo a partire da Sartre. Molte questioni vi si intersecano, ma tutte gravitano attorno a un tema cruciale: la collocazione della nostra storia rispetto alla «esteriorità universale», ovvero il rapporto tra la prassi umana e la materialità della «natura», sia essa intesa nella sua conformazione terrestre o nelle sue infinite variabili cosmiche; e, ovviamente, il senso e il portato di verità di qualsivoglia umana conoscenza riguardo a tale rapporto.

    Che fra i due poli di quel rapporto vi sia una relazione di reciprocità è anticipato già nel titolo del brano (titolo scelto dalla curatrice dell’edizione francese Arlette Elkaïm-Sartre): L’essere-in-sé della prassi-processo: limitazione esterna dell’interiorità e limitazione interna dell’esteriorità, dove – chiarisce subito Sartre – «“esteriorità” e “in-sé” hanno qui solo un senso relativo», poiché «la prassi-processo riprende tutto in interiorità». Se «l’espressione prassi-processo non ha altra funzione che quella di designare la totalizzazione di avviluppo» (J.-P. Sartre, Critica della ragione dialettica, Tomo II: L’intelligibilità della storia, trad. it. di F. Cambria, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2006, pp. 433-434), e se «totalizzazione di avviluppo» (certamente l’espressione più complessa dell’intera Critique) rinvia a quella «totalizzazione senza totalizzatore» mediante la quale «la prassi comune, travalicata dalla profondità del mondo, produce la propria esteriorità come il proprio corpo» (ivi, Glossario, p. 575), allora l’indagine intorno all’essere-in-sé di tale totalizzazione si interroga niente meno che sulla conoscibilità di quel tutto dinamico che possiamo chiamare «il mondo». Un tutto del quale anche la prassi umana è evidentemente parte: quella parte che appunto pone il mondo come il proprio in-sé (la propria esteriorità), che sempre travalica essendone sempre travalicata.

    È questo reciproco travalicamento a costituire il punto nodale della riflessione sartriana intorno alla storia. Esso infatti da una parte fonda l’opzione materialistica per la quale ogni «interiorizzazione» progettuale e prassica, ossia ogni azione storica (compresa la conoscenza), non accade prima né altrove rispetto alla datità delle sue condizioni e delle sue attuazioni materiali; dall’altra parte segna una differenza fondamentale rispetto all’idealismo e alla dialettica della storia di Hegel. «[…] Il movimento della nostra esperienza […] – scrive a questo proposito Sartre – è opposto a quello dell’idealismo hegeliano […]» (ivi, p. 420). Se infatti l’essere-in-sé è sempre l’in-sé di un per-sé, tuttavia ciò non fa dell’azione umana un mero epifenomeno nel cammino della riflessione poiché anche la riflessione della prassi su se stessa, essendo pratica e situata, realizzandosi si produce «nella temporalità decompressa della dispersione universale, in relazione a trasformazioni cosmiche» che la travalicano, sicché «i limiti che la determinano le vengono per principio dalla zona di esteriorità ignorata, fuori dall’attenzione pratica». Del resto, anche dal punto di vista della sua «temporalizzazione d’interiorità», in quanto è una prassi, la riflessione «senza neanche sospettarlo costituisce a distanza alcuni fatti esterni come suo destino», ovvero (e conseguentemente) costituisce se stessa «con le sue qualità e con il suo destino a partire da quei fatti» (ibidem).

    Per altro verso, se l’in-sé della prassi-processo (o della totalizzazione di avviluppo) è «il di fuori del di dentro», ciò implica che mai e in nessun modo la prassi medesima potrà compiutamente tematizzare se stessa, ossia trascendersi in una assimilazione esaustiva del proprio «essere assoluto» (sono ancora parole di Sartre) il quale non è altro che l’insuperabile immanenza della prassi medesima in quanto infinita mediazione (o relazione) «fra due stati trascendenti»: l’insieme di circostanze e strumenti che le sono dati, e l’insieme degli obiettivi futuri mediante i quali essa si interiorizza come prassi cosciente. È infatti il farsi della prassi, il suo ininterrotto interiorizzarsi temporalizzandosi a costituire il movimento mediante il quale la storia si compie come vissuto reale, ogni volta correlato al suo in sé, al suo mobile universo materiale, che le si dà come il suo ignoto e come il suo altro. «Altro» perché – mentre ne è forgiato – condiziona la prassi opponendole, nell’immanenza e nella simultaneità del suo realizzarsi, quella coriacea indifferenza alle finalità umane che assume il senso di una trascendenza materiale: ciò che chiamiamo di solito «natura».

    Questo doppio legame spiega perché, secondo Sartre, anche qualora le nostre conoscenze pervenissero a elaborare non solo una esaustiva «storia dell’uomo», ma anche una compiuta «scienza della Terra» (ossia una perfetta scienza della «Natura»), tali conoscenze non potrebbero descrivere i caratteri della specie umana (o quelli della «Terra» e della «Natura») altro che come caratteri pratici, cioè caratteri prodotti entro l’azione che li strumentalizza (cioè ne fa il proprio oggetto: ad esempio il proprio oggetto di conoscenza) superandoli verso il proprio obiettivo.

    Non potendo avere testimoni esterni (nemmeno un Marziano o un Venusiano – come gustosamente esemplifica Sartre nel brano che proponiamo in apertura di questo numero), l’essere-in-sé della totalizzazione di avviluppo (o della prassi-processo), in quanto sintesi dinamica di esteriorità e interiorià o di prassi oggettivata e prassi vissuta, rivela il proprio carattere ambiguo. «In quanto gli agenti della Storia lo prendono di mira dall’interno, esso è ovunque; è la profondità infinitamente infinita di quella totalizzazione», ossia «l’Universo» (ivi, p. 425). Tale essere-in-sé è pertanto sia continua auto-deviazione materiale della storia e nella storia (esteriorità dell’interiorizzazione), sia stato di «abbandono» (ibidem) e di «assoluta solitudine» (ivi, p. 420) (interiorità dell’esteriorizzazione) in quanto è vissuta dall’essere umano come alterità correlata ai suoi fini pratici in un Universo indifferente a qualsivoglia finalità.

    Questi temi delineano un orizzonte di senso che si affaccia su questioni di ordine non solo gnoseologico ed epistemologico, ma anche cosmologico, etico e politico, alla ricerca di una postura comprendente che si ponga all’altezza di un materialismo senza cedimenti deterministici e di un relazionismo immune da trascendentalismi di sorta. È con una postura di tal fatta che, inaugurando il nuovo numero della rivista, «Nóema» invita i suoi Autori a confrontarsi, in vista di una possibile e necessaria ricostruzione di senso per i nostri saperi troppo spesso decompressi nella dispersione universale (come forse direbbe anche Sartre) oppure consegnati a ontologie latenti o patenti e a complementari superstizioni scientistiche o storicistiche.

    Pubblichiamo l'estratto della Critique nella traduzione italiana nella Presentazione del fascicolo; è possibile consultare il testo originale francese qui.

    Questo numero di Nóema è in lavorazione e rimarrà aperto fino a gennaio 2020. A partire da giugno-luglio verrà via via arricchito con i saggi su invito e i contributi selezionati attraverso peer review e nei mesi successivi fino alla chiusura accoglierà eventuali note e commenti ai testi pubblicati.

  • Processo e realtà: sull'attualità di Whitehead
    N. 11 (2020)

    Perché rileggere oggi Whitehead? E specialmente Processo e realtà, a novant’anni dalla sua pubblicazione? In concomitanza della recente pubblicazione della nuova traduzione italiana di Processo e realtà (a cura di M.R. Brioschi, Introduzione di L. Vanzago, Bompiani – I Classici del pensiero occidentale, Milano 2019), che ripropone al pubblico italiano il pensiero di Whitehead nella sua espressione più ardita e complessa, a distanza di più di cinquant’anni dalla prima traduzione del testo di Nynfa Bosco, Nóema dedica un numero alla riscoperta di questo autore geniale e poliedrico, le cui proposte filosofiche continuano a destare interesse per l’audacia e l’attualità. Dal ripensamento della conoscenza su basi emotive alla riflessione sul metodo della scienza post-newtoniana, da una concezione del “sé” non individualisticamente inteso a un’etica plurale e anti-specista, e ancora dalla centralità delle implicazioni ecologiche a quelle sul futuro sviluppo della civilizzazione, il potenziale del pensiero di Whitehead è ancora lungi dall’essere esaurito.

    Questo fascicolo è a cura del Comitato Direttivo di Nóema con la collaborazione di M.R. Brioschi.

11-15 di 15