Alimentarsi di false credenze
Agostino e la critica dei precetti alimentari manichei

  • Ilaria Prosperi

Abstract

Nonostante non tutti gli studiosi concordino sul valore e sulla validità della testimonianza di Agostino, non si può oggi mettere in dubbio che questi ebbe una conoscenza molto precisa non solo della dottrina manichea, ma anche delle pratiche rituali in uso nelle comunità delle sette, e in modo particolare di quelle che si imponevano agli Uditori. Del resto, egli stesso non manca di definirsi esperto dell’affare manicheo al fine di affermare l’autorità del suo modo di procedere nella polemica.

Certo non si può cercare in questi testi antimanichei un’esposizione serena né uno studio sistematico del catechismo manicheo poiché tali scritti hanno il carattere di un’“opera d’assalto” che Agostino, al di là degli aspetti anche caricaturali che mette in luce esponendo la dottrina avversa, dedica a quanti, come lui, corrono il rischio di essere sedotti e intrappolati da tale dottrina eretica.

Quella lunga permanenza  nella setta, nove anni come lui stesso afferma, e l’attività dispiegata al suo servizio permise ad Agostino di avere una larga conoscenza dell’organizzazione interna delle comunità, delle riunioni liturgiche e della catechesi, infine dei rapporti tra le due professiones che costituivano la chiesa manichea, i laici, Uditori o Catecumeni da una parte e, dall’altra, i religiosi, Eletti o Santi, tenuti, quest’ultimi, ad osservare rigide regole ascetiche raggruppate sotto tre capi, tria signacula appunto, relativi a tre ordini di attività, corrispondenti ad altrettanti organi quali bocca, mano, seno, ai quali il perfetto manicheo apporrà come un sigillo che rispetterà scrupolosamente.

In particolare, lo studio del “sigillo della bocca”, quello, cioè, che ordina di astenersi dalle cibarie carnee e sanguinolente; dal vino; dalle bevande fermentate come la birra; nonché dai pensieri malvagi; dai discorsi menzogneri, violenti o blasfemi (la bocca è il luogo fisico dove entrano cibi ed escono parole, due operazioni, quella del mangiare e del parlare in stretta correlazione tra loro), permette di ricostruire, sempre attraverso la polemica agostiniana, la problematicità degli aspetti legati alle pratiche e alle abitudini alimentari della setta.

Apporre un sigillo alla bocca, così come alla mano o al seno,  significa chiudere, per usare una metafora cara al medioevo, le porte dei sensi: occhi, orecchie, naso, bocca, mani. Viceversa, aprirle o lasciarle aperte equivale a provocare e a permettere l’irruzione al proprio interno dei “demoni esteriori”, e, quindi, esporsi a peccare. Operare la “chiusura dei sensi” significa perciò sottrarsi alle sollecitazioni della carne e del mondo, rifiutando il male e conservando, così, la propria anima integralmente pura e buona quale essa è per essenza.

Di fatto, la regola dei “tre sigilli” non viene osservata nel suo rigore più stretto che dai fedeli giunti o chiamati alla perfezione, dagli “Eletti” e dai “Santi”. Meno severe sono, infatti,  le leggi che regolano il comportamento dei semplici credenti, degli “Uditori” o dei “Catecumeni”. La delineazione di quella che senza dubbio si potrebbe definire una sorta di “doppia morale”,  una duplice regola di condotta, emerge chiaramente nei passi relativi alle pratiche alimentari, laddove, per esempio, Agostino fa notare come  agli Uditori, per esempio, sia  permesso persino dedicarsi ad attività profane quali l’agricoltura e tutto ciò che ad essa consegue come seminare e raccogliere, operazioni ritenute sacrileghe dagli Eletti, o, ancora, poter mangiar carne e bere vino.

Diversamente vanno, invece, le cose per i “Perfetti”, il cui regime di sussistenza è ridotto allo stretto indispensabile secondo uno stile di vita improntato al digiuno, alla preghiera e all’astinenza. Sono così loro proibiti i cibi grassi, le bevande inebrianti ed ogni gesto dannoso perpetuato nei confronti dei vegetali.

Tali proibizioni  alimentari, discussi da Agostino nell’oris signaculum, la cui critica occupa da sola i tre quarti dello sviluppo dedicato ai tre sigilli nel suo De moribus manichaeorum, sono fonte di grande interesse per il vescovo d’Ippona il quale non manca di prendere in esame, spesso con tono sarcastico, ciascun aspetto di questi rigidi precetti rivelandone quelle che per lui sono immancabili contraddizioni: «Smettete ... di  lusingare gli ignoranti celebrando il sigillo della bocca come qualcosa di grande. A meno che per caso non riteniate il mangiare crne e il non bere vino un sigillo della bocca degno di ammirazione e lode»(De mor. Ecc. cath. 2, 13, 27).

Il  colore, l’odore e il sapore, tre criteri che guidano e orientano i manichei nella scelta dei cibi (un bel colore, un buon odore e buon sapore sono indice della presenza in quel dato alimento di Dio) e che corrispondono ad altrettanti organi sensoriali, la vista, l’olfatto sentinella del terzo dei sensi chiamati in causa, quello del gusto, divengono per Agostino occasione non solo di riflessione ma di spunto polemico al fine di dimostrare come, spesso, limitarsi a giudicare la bontà o meno di un cibo servendosi di solo uno di questi sensi alla volta (per un corretto giudizio è necessario che ciascun senso sia coadiuvato nel suo giudizio dagli altri), porti a cadere in terribili errori di giudizio. Del resto, Dio non è qualcosa di materiale che possa essere percepito con i sensi ed è, dunque, assurdo ritenere che lo si possa scoprire con la vista, con l’olfatto, o con il gusto.

Biografia autore

Ilaria Prosperi

Dottore di ricerca

Università degli Studi di Bologna

 

Pubblicato
2008-12-12