LINGUISTICA E STORIA DELLA LINGUA ITALIANA

DEL CLASSICO IN DIALETTO: PRASSI O NUOVA PRATICA? SAGGIO DI COMMENTO A "COMME S’ARRICETTAIE ZIZÍO" (CARLO AVVISATI, ARTE’M, 2018)

Marta Idini

Abstract


Il presente contributo ha scelto di interrogare un prodotto editoriale di recentissima pubblicazione che ripropone, in dialetto napoletano, le due lettere indirizzate a Tacito da Plinio il Giovane (VI, 16 e VI, 20). L’incontro iniziale con il testo ha sollevato una naturale curiosità e, insieme, un ampio spettro di domande alle quali si cercherà qui di rispondere. A partire da un inquadramento storico del testo e del lascito narrativo con cui il Novecento ha accolto il ricordo di Plinio il Vecchio tramandato dal nipote, la trattazione si estenderà a indagare il senso insito nell’uso di quel dialetto e il supporto di una traduzione “di lavoro” del latino faciliterà un migliore confronto con l’arrivo in napoletano, permettendo così di stabilire se e quanto quest’ultimo abbia gradi di parentela con l’interpretazione fornita nell’italiano stampato dall’editore. L’analisi ha come oggetto la prima delle due lettere sopracitate, perché programmatica e introduttiva a quelli che sono gli intenti encomiastici dell’autore. Il testo presenta, custodita, tutta la sua problematicità: lungi dall’essere una prosa epistolare tout-court, la lettera appare infatti spostata lungo l’asse dell’exitus viri illustris e su una pratica scrittoria che pretende di pilotare la narrazione di un evento storico. Quasi intrappolato nella tela di Plinio, il procedere napoletano pensa e ripensa quegli stessi stilemi, ne duplica le strategie narrative e amplifica il grado di discorsività e conversazionalità della scrittura latina della quale si trova a dover semplificare i costrutti spesso colorati da una inconcinnitas tacitiana.  L’analisi si sposterà poi a constatare se e quanto il napoletano di Avvisati rispetti l’ascendenza letteraria richiamata nella Prefazione al volume e quali siano i luoghi in cui se ne discosti, dove e in quale misura abbia agito il processo di italianizzazione e se questo sia da imputare al sostrato italiano della traduzione. La complessa realtà e diversificazione storica che hanno conosciuto i segni linguistici in rapporto al volgarizzare, translatare, tradurre e interpretare, supporteranno inoltre la valutazione sul valore culturale, didattico e civile di cui quest’operazione si veste, rispondendo alla pur semplice e invero opaca domanda: che cosa significa tradurre, oggi, in dialetto?

 

On classics in dialect: routine or new practice? Comment on “Comme s’arricettaie zizío” (Carlo Avvisati, Arte’m, 2018)

This contribution questions a recently published editorial product which proposes two letters addressed to Tacitus by Pliny the Younger (VI, 16 and VI, 20) in Neapolitan dialect. The initial reading of the text raised natural curiosity as well as a wide range of questions that we will try to answer here. Starting from a historical overview of the text and the narrative legacy with which the twentieth century has accepted the memory of Pliny the Elder handed down by his nephew, the discussion will also investigate the inherent sense in the use of that dialect and how a “working” translation from the Latin facilitates a better comparison with the rendition in Neapolitan. We will also establish if and how much the latter has degrees of kinship with the interpretation provided in the Italian printed by the publisher. The analysis has as its object the first of the two letters mentioned above, as they are programmatic and introductory to the author’s encomiastic intentions. The text carefully raises all these problems: far from being a prose epistle tout-court, the letter appears in fact to move along the exitus viri illustris axis and regards practical writing that claims to direct the narration of a historical event. Almost trapped in Pliny’s web, the Neapolitan reconsiders those same styles, duplicates their narrative strategies and amplifies the degree of discursiveness and conversationality of Latin writing, by simplifying the constructs often colored by a Tacitian inconcinnitas. This analysis also surveys if and how much Avvisati’s Neapolitan respects the literary ancestry recalled in the Preface to the volume and which it moves away from, to what extent the process of Italianization has impacted and if this is to be attributed to the underlying Italian translation. The complex historical reality and diversification that have characterized language in relation to vulgarization, translation and interpretation also raise questions about the cultural, didactic and civil value of this undertaking, responding to the simple yet opaque query: what does it mean to translate into dialect nowadays?


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DOI: https://doi.org/10.13130/2037-3597/11296

NBN: http://nbn.depositolegale.it/urn%3Anbn%3Ait%3Aunimi-24534

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ISSN: 2037-3597
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