el_intrito_gaudeamus_omnes_en_neumas_de_siglo_xiv_363 Perché enumerare le isole, che il mare ci offre spesso agli sguardi come tanti monili, ove coloro che con costante proposito di mortificazione rinunziano alle attrattive della sregolatezza mondana, preferiscono vivere nascosti al mondo, e schivare gli scabrosi anfratti di questa vita?

Perciò il mare è rifugio alla temperanza, palestra di vita mortificata, solitudine austera, porto sicuro, tranquillità nel secolo, vita frugale nel mondo, e inoltre incentivo al raccoglimento per le persone fedeli e consacrate a Dio, sì che le loro salmodie rivaleggiano con il mormorare delle onde che sciabordano lievemente, e le isole echeggiano con il loro applauso alla danza composta dei flutti santi, risuonando degli inni dei cristiani.

E come potrei descrivere compiutamente la bellezza del mare, che il Creatore vide? Che altro devo aggiungere? Che cos’è il canto del mare se non un’eco dei canti dell’assemblea cristiana?

Perciò è molto giusto che la chiesa sia paragonata al mare: in principio, all’entrare della folla fedele, essa rigurgita da tutti gli ingressi delle sue onde e poi, mentre il popolo prega tutto insieme, scroscia come il riflusso di onde spumeggianti, quando il canto degli uomini, delle donne, delle vergini, dei ragazzi fa eco ai responsori dei salmi come l’armonioso fragore delle onde. Che dire poi dell’acqua che lava i peccati, allo spirare della brezza salutare dello spirito santo?

(Ambrogio, Hexaëmeron 3.5.23)

Pubblicato: 2011-01-18